Vecchia foto dell’antica Porta Esquilina (poi Arco di Gallieno), oltre la quale, ad oriente, c’era il sessorium, il luogo riservato ai supplizi.

Epicari, l’escort che si suicidò per non fare la spia

Nella congiura pisoniana tramata per assassinare Nerone, spicca una figura di donna che, come racconta Tacito, fu più forte dei tanti virili uomini che per paura si denunciarono a vicenda. Si chiamava Epicari. Era una liberta di facili costumi. Oggi la definiremmo una libera escort. All’epoca era una femina pandèmia (attenti all’accento), cioè una donna di tutti e di nessuno. Girava la voce che fosse l’amante di Anneo Mela, padre del poeta Anneo Lucano. Tacito ce la presenta mentre tenta di convincere un capitano (navarchus, magister navis) ad aderire alla congiura che avrebbe dovuto portare sul trono il potente senatore Gaio Calpurnio Pisone.

Epicharis era un classico soprannome da etèra, altro modo di chiamare le donne dedite a fare compagnia agli uomini. In greco significava “la Graziosa”, soprannome che ci dà l’immagine di una donna delicata e sorridente, aggraziata nei movimenti e con l’unico scopo di piacere e dare piacere.

L’aitante ufficiale di marina, tale Volusio Proculo, pesò i pro e i contro e alla fine andò a palazzo per ottenere da Nerone una bella promozione denunciando la congiurata. Epicari era però stata bene attenta a non fare nomi e perciò fu la sua parola contro quella del denunciante. Non fu possibile imbastire un processo e la cosa finì lì. In ogni caso,  l’imperatore per sicurezza la fece mettere agli arresti in attesa di accertamenti. Pratica già al limite della legalità a quei tempi, ma che nella nostra disgraziatissima Italia (dove di Nerone girano numerose riproduzioni in sedicesimo) è diventata abituale comportamento degli inquirenti.

Un po’ di tempo dopo, capitò che un servo, anch’egli sperando di ricavarne una ricca ricompensa, denunciasse il padrone come complice della congiura. Ne uscì una sventagliata di arresti. Infatti, come sempre capita quando un inquisitore ti mette al torchio, partì una gara a chi parlava per primo e diceva di più. Pare che il poeta Anneo Lucano, per avere grazia, avesse addirittura denunciato la propria madre.

In quel coro di canarini mancavano dei tasselli e così Nerone fece ripescare la bella Epicharis affinché “cantasse” le parti mancanti. S’era profilata l’ipotesi che fra i congiurati la donna fosse una “arruolatrice” e perciò a conoscenza di tutti i nomi.

L’escort (forse dal latino scortum, sostantivo neutro per indicare la prostituta; volgarmente a Roma è detto scorticatoio il letto fra quattro pareti che altri più elegantemente chiamano garconniere), stavolta fu interrogata senza riguardi, giacché non c’erano dubbi sulla sua colpevolezza.

Tacito è noto per lo stile secco; tacitiano è chi è di poche parole. Anche nel caso delle torture subite dalla donna, non si dilunga. Ma sono parole terribili. L’ordine è di «tormentis dilacerari», cioè di sottoporla agli strazi della tortura e il boia usa «verbera» e «ignes», staffilate e ferri arroventati. Epicari resiste. Non parla e i torturatori si accaniscono, dice Tacito, perché non possono sopportare di non riuscire ad avere ragione di una fragile femina pandèmia. Si accaniscono su quel corpo martoriato. Quello che a Nerone maggiormente interessava era che Epicari denunciasse Seneca, il filosofo suo ex precettore, perché non c’erano prove evidenti della sua colpevolezza. Dati i rapporti della donna con Anneo Mela, grande amico di Seneca, era ovvio che lei fosse perfettamente informata dei fatti. Ma la donna non parlava.

Non più in grado di camminare, Epicari veniva trasportata in portantina al luogo del supplizio. Allo stremo delle forze, si tolse il mamillare, la fascia che le copriva il petto (il reggiseno in uso all’epoca) e l’annodò al collo e all’asta della portantina.

Scrive Tacito: «…corporis pondere conisa tenuem iam spiritum expressit…», facendo forza con tutto il peso del corpo, esalò quel tenue soffio di vita. Poche parole per raccontare il suicidio di una donna tormentata a dismisura. Lo fece per sfuggire ad altri tormenti? per il timore di non riuscire più a resistere? Sta di fatto che, a fronte dei coraggiosi congiurati che confessavano e accusavano soltanto alla vista degli strumenti di tortura (e molti sapevano che non sarebbero stati torturati perché protetti dalla legge), a fronte di queste femminucce, si ergeva una donna che né la paura né le torture avevano sconfitta.

Alla fine, Tacito resta con una domanda senza risposta: perché una donna che non s’era mai interessata di politica, che faceva un mestiere non proprio lodevole, si era fatta coinvolgere? Per amore? per noia? per quello spirito d’avventura che sonnecchia nel cuore di ogni donna di valore?

Di Epicari non sappiamo luogo e data di nascita. Non sappiamo niente oltre le parole che le dedica Tacito. Ma sono sufficienti a farci sognare una donna del genere insieme con la quale combattere.

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