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FASCISMO-2. Il manifesto degli intellettuali non fascisti

Il 1º maggio del 1925 fu pubblicata la risposta di Benedetto Croce, filosofo “concorrente” di Giovanni Gentile, al manifesto degli intellettuali fascisti (https://internettuale.net/4007/fascismo-il-manifesto-degli-intellettuali-indirizzato-al-mondo). Il testo, intitolato, su “Il Mondo”, “La protesta contro il Manifesto degli intellettuali fascisti” e, su “Il Popolo”, “La replica degli intellettuali non fascisti al manifesto di Giovanni Gentile”, fu subito battezzato “Antimanifesto” dai circoli giornalistici e intellettuali. A differenza di quello dei fascisti, il manifesto dei non fascisti (l’antifascismo non era ancora una professione, ma era sulla buona strada) si caratterizza per il tono polemico e sovente offensivo («quella scrittura è un imparaticcio scolaresco»: scrive ad un certo punto Croce). Nel corso dei decenni, lanciare offese e contumelie (oltre a far tintinnare le manette) ha assunto i tratti della piena normalità. Se lo stesso Benedetto Croce non resistette alla tentazione di offendere Giovanni Gentile, perché mai dovrebbe mostrarsi più equilibrato un qualsiasi professionista dell’antifascismo oggi?

Per quanto riguarda le contestazioni di merito, Croce scese in campo con consumata abilità dialettica, ma con scarsa capacità di convincimento, come capita al tentativo di separare l’intellettuale dal cittadino, attribuendo diverse facoltà alle diverse vesti:  «…gl’intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell’arte, se – scriveva Croce – , come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l’iscriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l’opera dell’indagine e della critica e le creazioni dell’arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale affinché con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie».

L’intellettuale dev’essere al di sopra dei Partiti, ammoniva con deontologica superiorità Benedetto Croce, l’intellettuale non dev’essere legato a questo o a quell’altro schieramento. Un ipocrita richiamo alla “purezza” dell’intellettuale come fosse una verginità miracolosa, visto che nel corso degli anni Croce avrebbe anche fatto il ministro. Ipocrisia che esplode oggi allorché s’invocano i tecnici al comando. Tutti sappiamo che un tecnico (docente universitario, banchiere etc.) arriva a certi vertici se riesce a sommare alle qualità “tecniche” le giuste frequentazioni politiche (https://internettuale.net/543/i-tecnici-allassalto-del-palazzo). Il tecnico non è mai vergine (dal punto di vista politico, intendo). Ma torniamo a Croce.

«Nella sostanza – egli scriveva – quella scrittura è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini; come dove si prende in iscambio l’atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico del secolo decimonono, cioè l’antistorico e astratto e matematico democraticismo, con la concezione sommamente storica della libera gara e dell’avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l’opposizione, si attua quasi graduandolo, il progresso; o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl’individui al tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale; o, ancora, dove si perfidia nel pericoloso indiscernimento tra istituti economici, quali sono i sindacati, ed istituti etici, quali sono le assemblee legislative, e si vagheggia l’unione o piuttosto la commistione dei due ordini, che riuscirebbe alla reciproca corruttela, o quanto meno, al reciproco impedirsi».

Emerge ancora la divisione: stavolta è fra sindacati e Parlamento. Questo voler inscatolare comparti e funzioni sembra quasi adombrare la tesi che esclusivamente all’intellettuale, o addirittura al solo filosofo, tocchi indicare una via chiara senza confusioni. Il fallimento del grande Platone come amministratore è da secoli la dimostrazione che un filosofo, per fare politica, dev’essere egli stesso un politico.

Benedetto Croce impugnava la matita rossoblù e offendeva: «In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e, d’altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all’autorità e di demagogismo, di proclamata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamenti alla Chiesa cattolica, di aborrimenti della cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo».

Il non fascista (dovremmo dire l’ex fascista, giacché aveva votato la fiducia a Mussolini anche dopo il delitto Matteotti) faceva finta di non sapere che il Fascismo era Movimento, che non disponeva di una bibbia preconfezionata e che ne stava scrivendo una propria. Quella “confusione” denunciata dal filosofo amico di Giovanni Amendola non era altro che la ricerca di una terza via tra il capitalismo e il collettivismo, tra la libertà personale e il dovere verso la comunità, tra il rispetto dei Dieci Comandamenti e l’autonomia di comportamento.

Il livore crociano ad un certo punto esplodeva: «E se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantarsi di un’originale impronta, tale da dare indizio di nuovo sistema politico che si denomini dal fascismo». Anche questo tagliare la testa al toro è oggi moneta corrente: sì, è vero il Fascismo ha risanato le Paludi pontine, ma ha distrutto l’ecosistema palustre; oppure, sì, è vero il Fascismo ha costruito l’Eur, ma lo stile architettonico l’ha copiato dagli americani.

Su un punto, però, Croce aveva ragione e cioè sulla faccenda delle minoranze che fanno la Storia. Un dato incontrovertibile ma se, dopo, il Popolo non cresce imparando dall’avanguardia, l’azione si ferma: «Ripetono gli intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trita frase che il Risorgimento d’Italia fu l’opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale; e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d’Italia innanzi ai contrasti fra il fascismo e i suoi oppositori».

Se circa la metà degli aventi diritto al voto diserta le urne è il segno che nella popolazione non è ben cresciuta la pianta della partecipazione.

La conclusione è davvero degna di nota: «E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l’Italia doveva percorrere per ringiovanire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile».

Poi irruppe il secondo conflitto mondiale e, dopo la sconfitta, l’educazione politica fu affidata a comici e imbonitori tv. Amen.

 

P.S. Dei firmatari esistono due elenchi: uno comparve alla pubblicazione del manifesto sui giornali, un altro venne aggiunto in un secondo momento. Ho trovato il primo, ma non il secondo, per cui sta alla curiosità del lettore cercare i nomi sul web.

 

 

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