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"Aureo" di Nerone risalente al 56/57, cioè quando l’imperatore aveva vent’anni. La moneta è stata trovata da archeologi israeliani tra le rovine di Gerusalemme. La loro ipotesi è che appartenesse ad uno dei ricchi sacerdoti del tempio distrutto dai Romani.

Nerone, l’imperatore che non incendiò Roma

Millenovecento cinquantadue anni fa, il 9 giugno del 68, all’età di circa 30 anni, moriva suicida Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico, quinto imperatore romano. Noto ai più soltanto come Nerone gli si imputa la colpa di aver incendiato Roma. Giacché tutti i film raccontano questo, non c’è niente da fare. Uno sguardo ad alcune testimonianze potrebbe almeno insinuare il dubbio. Dei libri scritti da moderni, è senz’altro consigliabile “Nerone” di Georges Roux (Ed. Lessona, 1962). Una piccola curiosità: di questo scrittore francese, autore tra l’altro di “Vita di Mussolini”, non c’è traccia su Google, dove trova spazio un Roux esperto di storia mesopotamica. Andiamo per ordine cronologico, cominciando dallo storico nativo di Ostia Gaio Svetonio Tranquillo.

Egli spiega la perfidia dell’imperatore imputandola alla sua razza malvagia ed all’infanzia disgraziata. Insomma, la “voce del sangue” e le “condizioni sociali” hanno creato il mostro Nerone. Lo storico, funzionario imperiale vissuto a cavallo del primo e del secondo secolo, fa l’elenco degli avi di Nerone distintisi per esibizionismo e cattiveria: un trisavolo aveva festeggiato il trionfo in groppa ad un elefante, un avo s’era avvelenato ma poi aveva vomitato il veleno, un altro aveva tradito Marc’Antonio passando dalla parte di Augusto, un nonno correva sul cocchio e organizzava sanguinosi combattimenti gladiatori. E che dire del padre? Un brutto ceffo che amava correre con la sua due cavalli senza badare ai pedoni tant’è che aveva un giorno investito e ucciso un ragazzo. Aveva perfino cavato un occhio ad un cavaliere e, miserabile genitore, era stato accusato d’incesto con la sorella Lepida.

Che ne vuoi sperare – dice Svetonio – dal rampollo di una razza del genere? Al sangue malato, tocca aggiungere un’infanzia infelice. Lo zio, l’imperatore Caligola, gli rubò l’eredità. Accolto dalla zia paterna (quella dell’incesto) venne “allevato” da un ballerino e da un barbiere. Morto Caligola, fu acclamato imperatore un altro suo zio, Claudio, il quale lo adottò. Nerone aveva 11 anni e fu affidato alle cure di Seneca, un filosofo di origine spagnola che predicava bene e razzolava malissimo. A diciassette anni, l’ultimo rampollo della dinastia giulio-claudia diventò imperatore. Saltiamo gli amori, le corse, la lotta, le poesie, il canto e la recitazione. Saltiamo anche la riconquista della Britannia e dell’Armenia, la riduzione delle tasse, il progettato taglio dell’Istmo di Corinto e fermiamoci sull’incendio per il quale è diventato famoso anche fra i Dayak del Borneo.

Di Svetonio non ci si può fidare granché. Ai giorni nostri avrebbe ampiamente meritato l’appellativo di gossipparo. In effetti, la maggior parte delle notizie che dà sono per sentito dire o pettegolezzi da salone di bellezza. Comunque, andiamo avanti.

Con i cristiani i rapporti furono conflittuali da subito. Scrive Svetonio (e stavolta riporto le sue precise parole): «…afflicti suppliciis christiani, genus hominum superstitionis novae ac maleficae…» (furono inviati al supplizio i cristiani, genere di uomini dediti a una nuova e malefica superstizione). A completare la descrizione svetoniana vale la pena riportare un riferimento alla lussuosa magnificenza della nuova dimora dove: «…precipua cenationum rotunda, quae perpetuo diebus ac noctibus vice Mundi circumageretur…» (la sala dal pranzo principale era rotonda e girava continuamente giorno e notte come la Terra); alla faccia dei registi e sceneggiatori hollywoodiani (e dei loro imitatori di casa nostra) che rappresentano i Romani usando i loro miti, tipo le Colonne d’Ercole ai confini della Terra, e non le loro conoscenze scientifiche.

Basta con la biografia e veniamo al punto. «…quasi offensus deformitate veterum aedificiorum et angustiis flexurisque vicorum, incendit urbem…», Svetonio ci racconta, dunque, che Nerone incendiò Roma perché offendeva il suo senso estetico (disgustato dalla bruttezza delle vecchie costruzioni e delle strade strette e tortuose, incendiò la città). In seguito descrive anche i servi dell’imperatore che appiccano fuochi intorno alla Domus Aurea (la casa con la stanza che girava come la Terra) e che abbattono edifici usando macchine di guerra. Alla fine, la scena madre con Nerone che canta l’incendio di Troia dalla torre di Mecenate sull’Esquilino.

Svetonio era nato cinque anni dopo il grande incendio (scoppiato tra il 18 e il 19 luglio del 64). Come mettere in dubbio le parole di un testimone contemporaneo? Il fatto è che, come capita anche oggi nei siti web di gossip, pezzi di verità si mescolano con pettegolezzi inventati di sana pianta, per cui è difficile fare una cernita.

A fronte di Svetonio c’è Publio Cornelio Tacito, il quale aveva circa 11 anni quando Roma bruciò per sei giorni. È anche più credibile come storico perché stava attento alle fonti e, quando di un fatto non era sicuro, lo diceva.

Leggiamo (in italiano): «Seguì poi un disastro (non si sa se dovuto al caso o alla malvagità del principe, poiché entrambe le versioni sono state date dagli storici), che fu più grave e più spaventoso di lutti quelli che accaddero a questa città per la violenza degli incendi. L’inizio si verificò in quella parte del circo che è vicina al colli Palatino e Celio, dove, a motivo delle botteghe piene di merci infiammabili, il fuoco, appena scoppiato, si fece subito violento e, mosso dal vento, afferrò il circo in tutta la sua lunghezza».

Tacito dice pure che Nerone, in quel momento, si trovava ad Anzio. Arrivato a Roma, affrontò l’emergenza con provvedimenti ad hoc (riduzione del prezzo del grano, apertura dei suoi giardini e costruzione di ripari per i senzatetto, distribuzione di generi di prima necessità…), ma, scrive Tacito, i suoi provvedimenti non era apprezzati perché s’era sparsa la voce che aveva cantato l’incendio di Troia dalla terrazza di casa sua.

«Ma nessun mezzo umano – scrive Tacito –  né largizioni del principe o sacre cerimonie espiatorie riuscivano a sfatare la tremenda diceria per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato. Per far cessare dunque queste voci, Nerone inventò dei colpevoli e punì con i più raffinati tormenti coloro che, odiati per le loro nefande azioni, il volgo chiamava cristiani. Il nome derivava da Cristo, il quale, sotto l’imperatore Tiberio, era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato: soffocata per il momento, quella rovinosa superstizione dilagava di nuovo, non solamente attraverso la Giudea, dove quel male era nato, ma anche in Roma, dove tutto ciò che c’è al mondo di atroce e di vergognoso da ogni parte confluisce e trova seguito». E non è che oggi sia cambiato granché.

Lucio Cassio Dione, storico romano di lingua greca, nato circa novant’anni dopo l’incendio, racconta che Nerone «incaricò segretamente alcuni uomini, i quali, comportandosi come se fossero ubriachi, appiccarono il fuoco in più punti». Il narratore si dilunga nella descrizione di scene di panico, di bambini che strillavano, di case che crollavano sulla gente in fuga e poi dice: «…i soldati, come anche gli altri addetti e i vigili notturni, mentre erano impegnati a tener d’occhio le ruberie, non soltanto non spegnevano alcun focolaio, ma anzi contribuivano ad alimentarli». La scena termina con l’imperatore che canta Troia in fiamme.

Lo storico Flavio Eutropio (che nel 363 aveva preso parte alla guerra condotta dall’imperatore Giuliano contro Sapore II re di Persia) scrisse un “Breviarum ab urbe condita” che ebbe grande successo anche nei secoli seguenti: «…urbem Romam incendit, ut spectaculi eius imaginem cerneret quali olim Troia capta arserat» (incendiò la città di Roma per simulare lo spettacolo di Troia che bruciava dopo essere stata espugnata). Eutropio non ha dubbi e riporta pari pari le parole del contemporaneo Agostino d’Ippona: Nerone aveva incendiato la città per riprodurre una scena all’altezza del suo canto.

Che Nerone fosse un uomo che amava esibirsi (come cantante, poeta, guidatore di cocchi, lottatore…) non c’è dubbio: tutte le testimonianze concordano. Sul restante, i dubbi sono d’obbligo. Qualche americano zuzzerellone sostiene la tesi dell’avvelenamento da piombo per cui gli imperatori da savi diventavano pazzi. Più che al piombo delle tubature dell’acqua e delle coppe da vino, è il piombo della tipografia a fare danni (si passi la forzatura perché all’epoca i libri erano scritti a mano). Basti vedere la collocazione politica e, per alcuni come Sant’Agostino, religiosa per fare una doverosa tara. È noto che gli imperatori, a cominciare dal primo, cioè da Caio Giulio Cesare (tecnicamente è Ottaviano Augusto, ma qui la digressione sarebbe troppo lunga), avessero ridotto i senatori all’angolo. Il predominio del Senato, in quanto casta più che organismo politico-istituzionale, era finito da quando aveva messo Cesare fuori legge. Gli scrittori, Tacito ne è l’esponente più autorevole, dicevano peste e corna degli imperatori acciocché si ripiangessero i bei tempi antichi quando il Senato filava.

In sintesi: c’è un ragazzo che a diciassette è a capo di un impero gigantesco e che, dopo 14 anni al potere (dal 13 ottobre del 54 al 9 giugno del 68), viene detronizzato da una ribellione militare sostenuta da un governatore (Galba, imperatore per 6 mesi) a sua volta eliminato dall’etrusco Otone (complice di Galba poi insoddisfatto della ricompensa), imperatore per tre mesi e morto suicida dopo essere stato sconfitto dal campano Vitellio, comandante dell’esercito in Germania, il quale tenne il potere imperiale per circa 8 mesi, dopodiché fu ucciso da un soldato di Vespasiano, comandante delle legioni in Giudea.

I racconti (almeno quelli che ho reperito nella mia biblioteca) concordano sul fatto che servi o soldati accendessero fuochi e abbattessero edifici. Non ci vuole la scienza del capo della Protezione civile Angelo Borrelli per capire che si trattava di controfuochi accesi per fermare l’incendio.

Dei cristiani accusati parla Tacito, e soltanto lui. Dione parla di “ubriachi” e spiega che fingevano per ordine del capo. E se fossero stati, invece, ubriachi per davvero e l’incendio fosse stato appiccato per puro vandalismo? Tanto più che l’imperatore era in panciolle nella sua villa di Anzio, oggi ad una sessantina di chilometri a sud di Roma. Ci sarebbe molto ancora, ma sarebbe inutile continuare: difficile che un lettore sia arrivato fino alla fine. Stavolta ho davvero esagerato.

 

 

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