Uguaglianza. Stasera sentiremo un esperto internazionale e, per par condicio, uno che non sa di cosa parli.

L’uguaglianza esiste. Lo dimostrano i padroni di twitter

Che gli uomini siano tutti uguali di fronte alla legge, non è sempre verificabile. Nel senso che ci sono uomini e donne più uguali e gli altri; inoltre coloro, che sinteticamente nonché approssimativamente chiamiamo transgender, sono più uguali ancora. La giustizia essendo amministrata da esseri umani è ovvio che abbia nicchie nelle quali prosperano preferenze, passioncelle, antipatie e odi ideologici. Se un magistrato non è un perfetto somministratore di giustizia, non c’è da strillare. “Sono un uomo, financo!”, sbottava un mio professore di greco quando non obbedivamo all’istante all’intimazione del silenzio assoluto. Vantando la propria natura umana, il poveretto minacciava così l’alta probabilità di abbandonare il compos sui, la padronanza di sé.

Che gli uomini siano uguali dinanzi ad un qualunque dio creatore, non è dimostrabile. Se all’uomo di fede capita a volte di dubitarne, all’infedele, cioè a colui che non crede in alcuna divinità, quella categoria di uguaglianza si palesa come un’invenzione per gli sciocchi.

Che gli uomini siano uguali perché fatti della stessa materia è valutazione alquanto azzardata. Non basta avere un corpo con tutti gli elementi al posto giusto. La cicciona del piano di sotto non è affatto uguale alla bella di notte che al marito ha fatto un godurioso buco nel portafoglio ed è assai improbabile imbattersi in qualcuno che s’azzardi a sostenere che Giuseppe Conte disponga di un cervello pari a quello di Angela Merkel.

Dov’è, dunque, che si riscontra la perfetta uguaglianza degli uomini? La risposta è semplice: sui social.

I padroni di twitter, per esempio, hanno censurato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, cioè l’uomo più potente del momento. Ed hanno anche censurato il ragazzotto di CasaPound acceso d’entusiasmo militante. Se questa non è la dimostrazione più autentica dell’uguaglianza tra esseri umani, dove ne troveremmo una?

I social sono il luogo dell’uguaglianza assoluta. Un poverocristo senza arte né parte, con un cervello inversamente proporzionato alla vastità della sua oceanica ignoranza, può insultare Trump in tutti i modi. Il miliardario americano arrivato a sedere sulla poltrona della cinematograficamente nota “stanza ovale” è, a parere del quasi sempre sgrammaticato e asintattico pigiatore di tasti, un mentecatto meritevole degli appellativi di razzista e fascista, che nel mondo contemporaneo sono i marchi più infamanti a disposizione dei boia online (e fuori line). Ed egli, il perseguitato dalla malasorte, l’incapace che non ha voce in capitolo nemmeno nel condominio, si sente appagato vomitando sul potente Trump.

La democrazia sopravvive grazie alla censura. Senza i divieti di parlare, che so io, del genocidio armeno o delle carenze ormonali dell’efebo, la democrazia si sgretolerebbe come un biscottino. Per tenerla salda, bisogna impedire l’espressione di pareri opinioni idee concetti giudizi estranei alla subcultura vigente. A tutelare questa vergine sempiternamente minacciata di stupro, cioè la democrazia, c’è lo scudo di una subcultura fatta di luoghi comuni, pregiudizi, slogan, notizie fasulle e gossip.

A questa subcultura dominante non ci si può sottrarre senza pagare pegno. E contro di essa non si può andare senza beccarsi il marchio infamante. Non si trasgrediscono i comandamenti imposti.

Prendiamo l’animalismo. In Italia abbiamo 53 animali da compagnia ogni 100 abitanti (statistiche del 2019). Abbiamo dinanzi un esercito di gente che parla con il cane, con il gatto, con il canarino (https://internettuale.net/374/i-canarini-di-mio-nonno) e questa gente è sorda ad ogni richiamo razionale. Niente da fare, soprattutto per i navigatori del web: scovano testimonianze scientifiche a conferma che all’animaletto di casa manca soltanto la parola perché tecnicamente non può e via scemeggiando.

Potrebbe mai un politicante esprimere in pubblico un giudizio meno che affettuoso nei confronti della simpatica bestiolina? Parla mala dei gatti e vedi quanti voti ti perdi. Gli sceneggiati con cani (oltre a buona parte degli attori), gatti e porcellini vari hanno una fetta di audience in più. In breve: l’animale premia.

Cambiamo settore (all’apparenza perché come tipo umano siamo sempre lì) e passiamo al salutista. Protetto da antica saggezza (“prevenire è meglio che curare” etc.) è solitamente anche ipocondriaco, per cui alla conoscenza dei grassi saturi e insaturi aggiunge quella degli emulsionanti e del nitrito di sodio. Con costui-costei non si discute: sa tutto della digestione e dei trigliceridi, della massa muscolare e del pancreas. In tempi di coronavirus, quegli è il prediletto dagli Dèi. Si attrezza all’istante. Impara le differenze tra le mascherine e le qualità dell’amuchina. Per lui, infilarsi i guanti è come per il boxer mettere i guantoni. Il salutista soffre di allergie, teme il sole di mezzodì, al ristorante tormenta il cameriere per avere la lista esatta degli ingredienti di ogni portata. Vive nella paura della morte. Con la psicosi epidemica ha trovato grandissimo conforto sui social: finalmente è in compagnia di tanti che come lui sono terrorizzati dal virus letale.

È lunga la lista dei protagonisti della subcultura imperante, ma alla lunga diventa noiosa. E la noia è la peggior morte per un vivo.

 

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