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L’Arca di Noè fu vera Protezione Civile

Le grandi, improvvise, sciagure che investono l’uomo e le opere dell’uomo hanno da sempre tratteggiato l’esistenza umana. Nel corso dei tempi, si sono andate affinando le organizzazioni civili per fronteggiare alluvioni e terremoti, tifoni e incendi. Lo sviluppo dell’industria ha portato con sé anche terribili germi di distruzione (valga per tutti l’esempio della bomba atomica) cosicché, affianco ai cataclismi naturali, ci sono da mettere in conto i rischi derivanti da errori nella gestione e nel controllo di processi fisici e chimici innescati dalle moderne tecnologie.

La “protezione civile” diventa, dunque, un passaggio obbligato per una società in sviluppo. A determinarne la necessità sono quegli stessi motivi che hanno da millenni spinto tutte le comunità nazionali a dotarsi di eserciti i più agguerriti ed efficienti possibili. E’ la nascita stessa dell’uomo che porta con sé lo spaventoso spettro della distruzione e dell’annientamento. Non c’e religione e non c’e cultura che non comprendano, in un modo o nell’altro, immani catastrofi le quali un tragico momento hanno messo in forse la sopravvivenza della specie sul pianeta.

Se prendiamo ad esempio il “diluvio universale”, non abbiamo difficoltà a trovarne la narrazione presso diversi popoli, sparsi in Europa e in Asia. Leggende “diluviane” le troviamo anche presso le civiltà precolombiane d’America. I Maya hanno il loro “diluvio” così come ce l’hanno gli Assiri e i Babilonesi.

In Grecia, si tramandava il mito di Deucalione, il quale venne salvato da Giove insieme con la moglie, Pirra, durante un diluvio che non lasciò in vita nessun altro. Dalla coppia, scampata alla furia delle acque su una barca approdata sul monte Parnaso, nacque Elleno, capostipite di tutti i Greci.

La Genesi narra di un diluvio che «durò sulla terra quaranta giorni», per cui in totale «le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni».

«Nell’anno seicentesimo della vita di Noè – leggiamo nella Genesi – nel secondo mese, il diciassette del mese, proprio in quello stesso giorno eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono. Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. In quello stesso giorno entrò nell’arca Noè con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli…».

E più innanzi leggiamo: «L’anno seicentouno della vita di Noè, il primo mese, il primo giorno del mese, le acque si erano prosciugate sulla terra; Noè tolse la copertura dell’arca ed ecco la superficie del suolo era asciutta. Nel secondo mese, il ventisette del mese, tutta la terra fu asciutta».

Anche il Corano narra al versetto 14 della ventinovesima Sura: «Avevamo mandato Nuh verso la sua gente. Rimase con loro novecentocinquanta anni: ma la sua gente era infedele, e proprio allora la inghiottì il diluvio, ma noi salvammo nell’arca lui e i compagni…».

In quella circostanza, quindi, il “volontariato” di Noè si dispiegò unitamente all’assistenza divina ed i risultati positivi non poterono mancare!

Non appaia, il nostro, un segno di irriverenza ma intendiamo sottolineare il fatto che la “protezione civile” funziona per davvero allorquando il “volontariato” di chi avverte, in misura maggiore che altri, le spinte della solidarietà si coniuga con l’intervento dello Stato e della forza che esso può schierare in campo.

Quando scoppia la guerra, partono per il fronte i militari di carriera ed i civili “richiamati”, perché contro al nemico da combattere si allineino i combattenti di un intero Popolo. Anche nella guerra contro le catastrofi, si debbono allineare “professionisti” e “dilettanti”, affinché le genti colpite dalla sciagura siano soccorse nella maniera migliore e affinché sentano compiutamente la solidarietà della comunità nazionale della quale fanno parte.

Non abbiamo la pretesa – con queste brevi note – di esaurire un argomento per il quale non sarebbero sufficienti intere biblioteche. L’accenno alle tradizioni popolari a proposito del diluvio ci serve giusto a mo’ di introduzione. Nei prossimi articoli, infatti, rievocheremo avvenimenti e tecniche di protezione civile così come la Storia ce li ha tramandati.

Probabilmente faremo dei “salti”; non seguiremo, cioè, una esatta cronologia. Si è che noi preferiamo una storia diacronica perché ci consente di guardare ai contenuti tralasciando il “prima” e il “dopo”. Per chiarire meglio con un esempio, diciamo che parlare prima dell’incendio di San Francisco e poi di quello di Roma (oppure parlarne addirittura nello stesso momento) sarà, forse, scorretto dal punto di vista cronologico. Non sarà, però, “sbagliato”.

Nel momento in cui le stesse scienze fisiche stanno per annullare le “categorie” di spazio e di tempo, non dovrà essere certo la Storia a rimanere legata ad una pedissequa datazione degli avvenimenti.

Se gli esempi del passato potranno servire per organizzare meglio il futuro, riveste scarsa importanza – secondo noi – il burocratico rispetto delle tavole cronologiche.

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