Con la palla al piede della disuguaglianza, il cittadino lamenta: «E m'avevano detto di rimboccarmi le maniche e tirarmi su».

Mussolini: no alla violenza immotivata

«… bisogna che uomini e partiti abbiano il coraggio di assumere la grande responsabilità di fare la grande politica, di provare i loro muscoli. Può darsi che falliscano. Ma ci sono dei tentativi anche falliti che bastano a nobilitare e ad esaltare per tutta la vita la coscienza di un movimento politico…». Così diceva Benito Mussolini a Udine alla fine del 1921. In quel discorso, affrontò quattro questioni tuttora fondamentali: la disciplina, la violenza, il rapporto con le masse, la funzione dello Stato.

«Io sono per la rigida disciplina – disse – Dobbiamo imporre a noi stessi la più ferrea disciplina, perché altrimenti non avremo il diritto di imporla alla nazione. Noi respingiamo il dogma democratico che si debba procedere eternamente per sermoni, per prediche e predicozzi di natura più o meno liberale. Ad un dato momento bisogna che la disciplina si esprima, nella forma, sotto l’aspetto di un atto di forza e di imperio».

Il vizio mortale della società nella quale viviamo è l’indisciplina. Alla luce delle parole di Mussolini, sappiamo anche perché. Se i governativi, gli operatori della scuola, gli stessi organi della magistratura non sanno imporsi una disciplina, non possono pretendere di imporla agli altri.

«La violenza – disse Mussolini quel giorno a Udine – non è immorale. La violenza è qualche volta morale. La violenza che non si spiega deve essere ripudiata. C’è una violenza che libera ed una violenza che incatena; c’è una violenza che è morale ed una violenza che è stupida e immorale. Bisogna adeguare la violenza alla necessità del momento, non farne una scuola, una dottrina, uno sport».

In questi tristi anni, nei quali la violenza più feroce è esercitata dal pubblico contro il privato (perquisizioni e arresti arbitrari, processi lunghi e ingiusti, leggi liberticide…), è un qualche scambio di cazzotti che diventa la VIOLENZA da schiaffare in prima pagina a caratteri cubitali. Ai miei tempi, il giovanotto che tirava un sampietrino era senz’altro un violento, ma lo era anche il poliziotto che sparava il lacrimogeno ad altezza d’uomo.

Altro tema di attualità: la massa.

«Voi sapete – disse Mussolini – che io non adoro la nuova divinità: la massa. Soltanto perché sono molti debbono avere ragione. Niente affatto. Si verifica spesso l’opposto, cioè che il numero è contrario alla ragione. In ogni caso la storia dimostra che sempre delle minoranze, esigue da principio, hanno prodotto profondi sconvolgimenti nelle società umane. Noi non adoriamo la massa, nemmeno se è munita di tutti i sacrosanti calli alle mani ed al cervello, ed invece portiamo, nell’esame dei fatti sociali, delle concezioni, degli elementi almeno nuovi nell’ambiente italiano».

La dittatura della maggioranza è il cardine fisso sul quale ruota la porta girevole del Palazzo. Se un poverocristo manovrato come una marionetta è simpatico in tv e scrive spiritosaggini (sono tali anche le litanie gretine e gli anatemi moralistici) sui social raccoglie consensi a piene mani. Il taglio di capelli, la cravatta o la t-shirt che indossa sostituiscono egregiamente un’analisi politica o una dichiarazione di princìpi.

Per quanto riguarda lo Stato, Benito Mussolini nel 1921 aveva una visione che dovette “aggiustare” successivamente per il compromesso con il regime savoiardo. Una visione che tentò di riprendere nella breve esperienza della Repubblica sociale.

«…lo Stato – disse Mussolini – rappresenta la collettività nazionale, comprende tutti, supera tutti, protegge tutti e si mette contro chiunque attenti alla sua imprescrittibile sovranità. Tutto l’armamentario dello Stato crolla come un vecchio scenario di teatro da operette, quando non ci sia la più intima coscienza di adempire ad un dovere, anzi ad una missione. Ecco perché noi vogliamo spogliare lo Stato da tutti i suoi attributi economici. Basta con lo Stato ferroviere, con lo Stato postino, con lo Stato assicuratore. Non si dica che così svuotato lo Stato rimane piccolo. No! Rimane grandissima cosa, perché gli resta tutto il dominio degli spiriti, mentre abdica a tutto il dominio della materia».

E qui non c’è spazio per un commento.

 

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