CONSUMI. Le multinazionali contano sui più poveri del mondo

Come vendere computer dove non ci sono linee elettriche? E telefonini dove non esistono linee telefoniche? E’ possibile vendere dentifrici dove scarseggia l’acqua potabile? In quale modo “convertire” i poveri alla carta di credito? Paiono quesiti – e come questi tanti altri – ai quali non è possibile dare adeguate risposte economiche. Invece, per ciascuno è stata trovata una soluzione; e a volte più di una. E’ stato reso possibile, cioè, fare affari nelle aree prive delle più elementari infrastrutture nonché in quelle dove religione e cultura, per esempio, lasciano poco spazio alle donne ed ai giovani. Secondo gli economisti che guardano più lontano, l’unica strada che hanno le aziende per continuare ad espandersi è quella che porta nel Secondo, nel Terzo e perfino nel Quarto Mondo, visto che il Primo è saturo e non dà più soddisfacenti margini di guadagno. Insomma, per conservare gli alti standard di vita dei ricchi si deve, come al solito, ricorrere al contributo dei poveri. E così, nel corso degli ultimi vent’anni, si sono moltiplicate le iniziative avviate fruttuosamente sui mercati poveri.

Un affare sicuro è quello dei vestiti usati.  Nel 2002, il valore dichiarato degli indumenti di seconda mano esportati in Africa era stato di circa 60 milioni di dollari.

Oggi i “distributori” nei Paesi africani fanno profitti per circa 200 milioni di dollari e il mercato globale è di circa 4 miliardi di euro. Un bel business per un’attività di beneficenza!

La carenza di iodio nell’alimentazione del Ghana è stato un affare per Unilever (la multinazionale anglo-olandese proprietaria di circa 400 marchi nei settori dell’alimentazione, delle bevande, dei prodotti dell’igiene e per la casa), la quale ha venduto a basso costo sale iodato.

Project Shakti (astuta commistione del progetto economico con il termine indù di potenza divina) è un’iniziativa di microcredito “sponsorizzata” da Unilever in India. È il sistema della vendita porta a porta trasferito in migliaia di piccoli villaggi, dove gruppetti formati ciascuno da una dozzina di donne povere portano prodotti delle grandi marche che altrimenti resterebbero sconosciute (e quindi non consumate). Versione povera delle “Presentatrici Avon”, più o meno, ma portatrici di un messaggio di civiltà, opera meritoria, dunque, che s’è meritata anche la partecipazione di varie Ong.

In Bangladesh e in alcune aree dell’India, la Grameen Bank (tradotto dal bengalese “Banca del Villaggio”, più nota come “Banca dei Poveri”) fondata nel 1976 ha oggi 8 milioni di clienti (al 94% donne) ed ha erogato circa 8 miliardi di dollari in prestiti. Una delle pratiche che hanno determinato il successo della banca riguarda l’edilizia privata. Assicura un mutuo (la cifra varia sui 350 dollari), fornisce 4 pilastri di cemento, una soletta di calcestruzzo, 26 lastre di lamiera per il tetto e le istruzioni per il montaggio. Soltanto nei primi 5 anni dall’iniziativa, sono state costruite 45 mila case e il 98% dei debitori ha restituito i soldi. In genere, la Banca rientra del 98% dei prestiti erogati. L’attivo ha favorito l’espansione dell’iniziativa al 2019 in 41 Paesi (c’è anche una rappresentanza a Bologna). Piccoli mutui, piccole rate e grandi guadagni.

Dharavi, l’enorme baraccopoli di Mumbai (ex Bombay), è diventata il simbolo del profitto realizzato in aree poverissime. Si calcola che il giro d’affari in questo slum più grande al mondo ammonti a più di un miliardo di dollari l’anno. Circa ventimila mini-imprese (di solito una famiglia) producono oggetti in ceramica e riciclano rifiuti di plastica per conto di grandi industrie.

Attraversiamo i mari e arriviamo nell’America Latina. È noto che uno degli strumenti che assicurano alle banche guadagni senza rischi è la carta di credito. In Messico, fino a pochi anni fa, soltanto il 12% degli acquisti era pagato con carte a debito. La Citigroup, la multinazionale statunitense che è la più grande organizzazione di servizi finanziari al mondo, “convinse” molti datori di lavoro a pagare i lavoratori con payroll card, carte prepagate usabili nei Bancomat e per fare acquisti.

Banco Azteca (fornisce crediti al consumo, piccoli prestiti e mutui in Messico, Perù, Guatemala, Honduras, Panama) è una filiale del Grupo Elektra (società finanziaria operante in tutto il Sudamerica) la quale ha una divisione commerciale per la vendita di elettrodomestici, elettronica, telefoni etc. Bene, Banco Azteca aprì filiali nei centri commerciali Elektra in modo da facilitare le vendite a credito. Risultato: oltre il 70% degli articoli sono venduti a credito con rate di 8 dollari la settimana (e la banca intasca interessi del 48%).

Il punto è questo: il 14% della popolazione mondiale risiede nei Paesi industriali avanzati dove i mercati sono ipercompetitivi e per di più saturi. Il restante 86% vive in mercati nascenti, dove è possibile penetrare senza aspettare che si sviluppino.

Anziché stendere linee telefoniche terrestri, nei Paesi in via di sviluppo hanno portato i cellulari con poche spese e grandi guadagni. Caricabatterie ad energia solare per computer collegati via satellite come i telefonini e i televisori rigorosamente a batteria sicché diventa inutile portare l’elettricità in uno sperduto villaggio. Si monta un pannello solare, tutt’al più. Dove non c’è acqua, si vendono i brush-ups, minispazzolini con dentifricio incorporato usabili a secco. A convincere la gente quanto sia importante la pulizia dei denti ci pensano le Ong mentre i furgoni della multinazionale americana Colgate-Palmolive girano nei villaggi indiani distribuendo campioni gratuiti. La Gillette (marchio americano di proprietà della multinazionale Procter&Gamble ha lanciato un rasoio che non deve essere sciacquato.

C’è un aspetto di questa penetrazione di prodotti per i poveri – come la vendita di minibustine di shampoo a meno di un centesimo che assicurano profitti per milioni di dollari – che merita una trattazione a parte ed è la mutazione indotta in usi e costumi. In un prossimo articolo.

 

 

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