Reddito regalato. Lo Stato fa bene a mantenere chi è indietro

Fa bene lo Stato a dare soldi ai più deboli, a chi è indietro? Non è eccessivamente costoso per una Pubblica amministrazione già carica di debiti? Ad entrambi i quesiti la risposta è sì: sì, fa bene; sì, è costoso, ma soltanto in apparenza.

La prima malevola osservazione da chiarire è che il cosiddetto reddito di cittadinanza, che sarebbe più corretto definire reddito regalato, premia i pigri e gli sfaticati. È vero in generale, ma ci sono anche quelle persone che non trovano lavoro o che non sarebbero comunque in grado di lavorare. A queste persone, le quali godono della cittadinanza italiana, la Repubblica assicura di che vivere perché è un dovere imposto da norme costituzionali oltre che dal tasso di civiltà.

Per quanto riguarda gli altri, i soldi non sono meritati, nemmeno per la qualifica di “cittadini”. E costituiscono un incoraggiamento all’ozio a spese dello Stato. Chi è avvezzo a non lavorare, chi è solito dare la colpa della propria miserabile condizione a tutto fuorché a sé stesso, chi non ha carattere, volontà, capacità nemmeno in dosi minime, ebbene questa persona la dobbiamo mantenere comunque.

La prima ragione è che, non avendo coscienza della propria ignominia, queste persone saltabeccano tra un “ce l’hanno con me” a un “la sfortuna mi perseguita”, alimentando così rancori, rabbia, aggressività che portano scompenso nella cerchia domestica e anche fuori di essa. La società nella quale viviamo è già scassatissima e non impedire che si aggiungano le isterie di milioni di “vorrei ma non posso” accelererebbe i processi di disgregazione in atto.

Un’altra ragione è meramente economica: il reddito regalato entra nel circolo virtuoso dei consumi con ritorni nella produzione e nelle entrate fiscali. Essendo il sistema produttivo incentrato sui consumi e sul loro continuo incremento (un vizio strategico, ma di questo meglio parlare in altra occasione), la spesa statale per mantenere, insieme con quelli che ne hanno diritto, anche i deboli lamentatori che tirano tardi davanti alla tv e che se la dormono poi nella più totale incoscienza della propria nullità, è in definitiva un investimento produttivo.

C’è una terza ragione non meno valida delle altre ed è che il reddito regalato assicura la pace sociale. È il completamento politico della prima ragione, quella dello scompenso causato dall’accidia.

Se per un paio di secoli il verbo comunista ha raccolto consensi sfruttando l’invidia sociale e l’avidità di chi non ha niente a spese di chi ha tutto, la ragione è evidente: la via più facile per il diseredato è appropriarsi delle ricchezze altrui. Anche oggi sopravvive qualcuno che pensa di spogliare i ricchi per spartirsi i loro patrimoni. È una fesseria difficile da smantellare. Parte dal presupposto che basti distribuire le ricchezze prodotte per fare una società felice e non si considera che, se sparisce chi quelle ricchezze le produce, un brutto giorno ci si spartirà soltanto la fame. Quelle stesse persone che pensano grandi cose di sé (tipo: se avessi i soldi di Berlusconi, ti farei vedere io…) non si rendono conto di essere degli incapaci totali e che la loro condizione di miseria è il risultato della loro nullità.

Una considerazione finale sull’efficacia elettorale del provvedimento. Ad imporre il cosiddetto reddito di cittadinanza (valido per alcuni, per gli altri è reddito regalato) sono stati i Cinquestelle e, a dimostrazione dell’assunto che chi intasca quei soldi è, fra l’altro, un mentecatto irriconoscente, alle ultime elezioni quel Movimento non ha preso nemmeno i voti degli elettori da loro beneficati. La percezione è che quei soldi gli siano dovuti a parziale risarcimento della persecuzione subita e perciò il beneficato nemmeno si prende il disturbo di andare a votare.

È brutto, lo so. Paiono considerazioni di darwinismo sociale con uno sfondo razzista. Eppure, bisogna cominciare a dare il giusto nome alle cose. Risalire dal fondo si può. A condizione di guardare in faccia alla verità.

 

 

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