GIOVANI. Immersi nella realtà virtuale vivono di bit

Per secoli si sono avvicendati conflitti generazionali per i quali i vecchi lamentavano che “non ci sono più i giovani di una volta” e i giovani mordevano il freno per “liberarsi del matusa”. Grazie alla realtà virtuale, questo tipo di conflitto che, per chi non l’avesse capito, costituiva il motore delle umane vicende, è sparito senza che nessuno ci piangesse sopra o se ne rallegrasse.

Non c’è un Cicerone il quale deprechi la gioventù irrispettosa dei padri, irriguardosa verso gli Dei e discinta, giacché quei ragazzacci portavano la cintura allentata alla vita invece che stretta con un rigido nodo. A tutt’altre faccende affaccendati, genitori ed educatori oggi mostrano grande “comprensione” nei confronti del rampollo sempiternamente annoiato e irrequieto e a fronte dell’alunno intelligente ma che “non si applica”.

Gli arresti domiciliari imposti da un governo confusionario oltre che confuso hanno fatto felici milioni di giovani. Forse qualche bambino di tre anni ha sofferto per non poter uscire a giocare nei giardinetti ma, date le attrazioni domestiche a cominciare dalla tv, non ne siamo sicuri.

Liberi dalla schiavitù scolastica, i nostri ragazzi si sono immersi nella loro realtà virtuale senza più interruzioni. Alle ore trascorse combattendo guerre e duellando con coetanei giapponesi e australiani, hanno aggiunto le ore di “dialoghi” (con il livello riscontrato le virgolette sono d’obbligo) sui social. Un twitter qua, una foto là, un filmatino su youtube, un reciproco scambio di contumelie su facebook… insomma sui social (tantissimi quelli che loro praticano oltre a quelli conosciuti anche da chi è meno giovane) essi fanno conoscenze, allacciano rapporti, rompono amicizie, coltivano amori, raccontano sogni e aspirazioni. La vita reale, quella che si tocca con mano, l’hanno del tutto sostituita con quella virtuale, benedetti in questo dalle leggi emergenziali che vietano i contatti fisici tra le persone.

Meglio di così? I nostri cari ragazzi e le nostre beneamate ragazze vivono sui devices fino a notte inoltrata, dormono finché la fame non li spinge a fare un’incursione in cucina e riprendono il ritmo solito. C’è anche chi ha conservato una parte della propria identità di teleutente e usa il televisore un po’ per giocare, un po’ per seguire il programma preferito (di solito adeguato al quoziente intellettivo di un macaco) e un po’ per spararsi il filmone di fantascienza. Guardano questi film dove la gente veste in divisa, è controllata dai computer, procede su binari fissi e si nutre di schifezzuole. Li guardano e non si riconoscono. Non vedono che le mascherine, i guanti, le distanze obbligatorie, i divieti di spostamenti, la forzata clausura sono delle anticipazioni. Domani questa sarà la vita, diciamo così, reale. Pochi oligarchi padroni delle reti di trasmissione “guideranno” (anche qui virgolette obbligate) l’esistenza quotidiana di tutti gli altri.

Accomodati in poltrona o sul divano, distesi o rannicchiati sul letto, con in mano la loro finestra sul mondo formato 7, 10 o più pollici, questi giovani sanno che li aspetta un futuro senza futuro e perciò se la godono nel presente costellato di bit.

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