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Charles de Secondat, baron de Montesquieu (1689-1755). La statua al Louvre, scolpita da Claude Michel (1738-1814) più noto come Clodion.

POTERE GIUDIZIARIO. Strattonano Montesquieu ma non lo studiano

La divisione dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – è la spada brandita in difesa di alcuni magistrati accusati di commettere eccessi e/o di prepararsi la strada per una successiva brillante carriera politica. La colonna sonora dell’esercito giustizialista forcaiolo manettaro è eseguita da un coro di vergini invocanti il francese Montesquieu e la sua famosissima tesi della separazione tra i poteri.

Intanto, va detto che la Costituzione italiana contempla il potere esecutivo e quello legislativo; non c’è il “potere giudiziario” nella carta costituzionale. La magistratura (all’articolo 104) è definita «un ordine autonomo». E perché? Per il semplice fatto che i costituenti erano in gran parte giureconsulti e costituzionalisti. C’era anche una buona fascia di vincitori di “Littoriali”, le competizioni che dal 1932 al 1940 avevano selezionato giovani speranze della cultura, oltre che dell’arte e dello sport. Molti di loro avevano studiato Montesquieu e perciò non giudicarono congruo con una democrazia il sistema canonizzato dal filosofo e giurista francese.

La Costituzione definì esattamente i due poteri sui quali si sarebbe articolata la vita della repubblica nata dalla sconfitta militare. In altre parti non altrettanto esplicita perché non va dimenticato che nell’assemblea sedevano contrapposti comunisti e anticomunisti. Fu un intenso lavoro di compromessi e reciproche concessioni a cominciare dal primo articolo (la repubblica fondata sul lavoro) che i comunisti avrebbero voluto “fondata sui lavoratori”. Dei pesi e contrappesi inseriti con la paura che una parte prevalesse sulle altre (presidente del Consiglio dei ministri, presidente della Repubblica, Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Corte costituzionale, Camera, Senato… ciascuno degli organi ha un contraltare che gli impedisce di dominare) oggi bisognerebbe cancellarne parecchi per riposizionare l’Italia tra i Paesi avanzati. In verità, qualcosa è stato fatto, ma all’italiana, nel senso che alcune modifiche sono state apportate senza dichiararlo esplicitamente. Per esempio, è invalso l’uso del termine “premier” al posto di “presidente del Consiglio dei ministri” in omaggio al fatto che l’inquilino di Palazzo Chigi goda di maggiori prerogative rispetto a quelle previste dalla Costituzione, anche se non dispone di tutti i poteri nelle mani del Premier in Gran Bretagna. Ma sto divagando. Torniamo al “potere giudiziario”.

La separazione dei tre poteri – esecutivo, legislativo, giudiziario – teorizzata dal barone Montesquieu, filosofo e giurista morto a Parigi circa quarant’anni prima della Rivoluzione francese andava bene per l’Ancien Régime. Il citatissimo “inventore” di quella tripartizione visse nel secolo di Luigi XIV, passato alla storia come Re Sole, e del suo successore Luigi XV, il monarca che perse l’impero coloniale e aprì la strada alla rivoluzione. In Francia si viveva in un regime di assolutismo monarchico. Arcinota la frase attribuita al Re Sole «L’ État c’est moi»; «Lo Stato sono io», diceva il sovrano, e perciò non riconosceva altri poteri a lui esterni.

Erano anche i tempi nei quali s’andava imponendo il “contropotere” della Massoneria, sicché il barone massone (“iniziato”, guarda un po’, a Londra) pubblicò a Ginevra, senza firmarlo, il saggio intitolato “Lo spirito delle leggi”, nel quale teorizzava appunto la tripartizione dei poteri come strumento di “resistenza” al potere assoluto dei sovrani.

Montesquieu scriveva e vagheggiava in merito ad una società diversa da quella dominata dall’assolutismo monarchico, una società nella quale il cittadino avrebbe potuto sperare nell’indipendenza dei giudici dal Re, nell’autonomia del potere legislativo e nella libertà decisionale del governo. Tre poteri separati e distinti, dunque. Roba bell’e superata fin dall’avvento delle monarchie costituzionali.

Questo, in breve, l’antefatto. Niente di complicato da studiare, eppure la gran parte di coloro i quali citano “L’esprit des lois” non ha letto il testo (nemmeno condensato su un Bignami).

In un regime di libertà politica (in Italia non piena per via di limitazioni…ma questo è un altro lungo capitolo) in una società libera, dunque, la libertà politica consente a chiunque, magistrati inclusi, di candidarsi alle elezioni e di concorrere a qualsiasi carica. Ciò significa che un giudice può diventare deputato e che un avvocato può diventare giudice della Corte costituzionale. Chi siede alla Camera o al Senato può diventare presidente del Consiglio, ministro o sottosegretario (e, come abbiamo visto recentemente, anche i non eletti dal popolo). Insomma, in democrazia si può passare da un “potere” all’altro e nessuno è inchiodato ad un solo ruolo per tutta la vita.

Ripeto, la Carta costituzionale (altro testo molto citato e poco o niente letto) all’articolo 104 dice che la «magistratura costituisce un ordine autonomo…», perché in democrazia i poteri sono soltanto quello esecutivo (il governo) e quello legislativo (il Parlamento). Si obbedisce alle leggi. Tutti, magistrati inclusi, debbono obbedire. Anzi, dovrebbero; e questo è un altro capitolo ancora. Non si finisce mai: è come per le ciliegie, l’una tira l’altra; ma a mangiarne troppe in una volta si finisce con il mal di pancia.

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