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Curzio Malaparte: la violenza fascista non esclude l’inganno

Per Papa Pio XI la rivoluzione non è mai la conseguenza necessaria del disordine, e aveva ragione. Lo citava Curzio Malaparte nel libro scritto sul finire degli anni Venti e pubblicato in Francia nel 1931 “Tecnica del colpo di Stato”. Un testo ancora oggi prezioso e non soltanto per inquadrare meglio alcune rivoluzioni del passato, da quella di Catilina (Malaparte usa il termine “catilinario” per indicare i ribelli/sovversivi/rivoluzionari) e Cesare, a quelle di Napoleone e Lenin, alle più recenti di Mussolini e Hitler; è un testo da leggere soprattutto per comprendere i meccanismi del Potere, i quali non mutano al cambio di latitudine e longitudine e/o di calendario.

«La ragione di questo libro – scriveva Malaparte – non è di discutere i programmi politici, sociali ed economici dei catilinari: bensì di mostrare che il problema della conquista e della difesa dello Stato non è un problema politico, ma tecnico, che l’arte di difendere lo Stato è regolata dagli stessi principii che regolano l’arte di conquistarlo, e che le circostanze favorevoli a un colpo di Stato non sono necessariamente di natura politica e sociale e non dipendono dalle condizioni generali del paese».

Non tutto quello che scriveva ha conservato attualità e neppure è condivisibile, ma opportunamente sfrondata la lezione di Malaparte va comunque tenuta presente. Le valutazioni, per esempio, sugli strumenti di repressione dei quali dispone lo Stato sono datate; a proposito dei sistemi di polizia scriveva che a loro «i governi ricorrono in qualunque circostanza e contro qualunque pericolo, senza fare alcuna distinzione tra un tumulto di sobborgo e una rivolta di caserma, tra uno sciopero ed una rivoluzione, tra una congiura parlamentare e una barricata…». Quei sistemi di polizia sono roba da museo e perciò le indicazioni malapartiane sono inutili così come non servono quelle sullo Stato così come oggi è configurato. Leggiamo: «La particolare natura dello Stato moderno, la complessità e la delicatezza delle sue funzioni, la gravità dei problemi politici, sociali ed economici che è chiamato a risolvere, ne fanno il luogo geometrico delle debolezze e delle inquietudini dei popoli e aumentano le difficoltà che si debbono superare per provvedere alla sua difesa». Oggi non è così anche se, come scriveva, c’è tuttora un «…potere legislativo così facile al gioco dei compromessi e delle complicità…». Dal punto di vista squisitamente politico siamo in una situazione lontana anni luce da una qualsivoglia “rivoluzione” o da un “colpo di Stato”. Guardando soltanto al governo Conte, registriamo che le risorse della sua mediocrità sono inesauribili, così come lo sono quelle dei suoi avversari. Per quanto riguarda il mondo cosiddetto antagonista, la regola della mediocrità fa premio anche lì.

Del libro “Tecnica del colpo di Stato”, qui riporto alcuni passaggi relativi alla rivoluzione fascista. E per due motivi. Perché è una testimonianza diretta (Malaparte vide le cose di cui parla) e  perché dovrebbe scoraggiare quelli che ancora insistono nella tesi di una marcia su Roma come una scampagnata con risvolti tragicomici come quelli raccontati in un film degli anni Sessanta di Dino Risi con Tognazzi e Gassman.

«Nel 1919 e nel 1920, – scriveva Malaparte – in Italia, la strategia di Lenin era stata applicata in pieno: l’Italia era, in quel tempo, il paese d’Europa più maturo per la rivoluzione comunista. Tutto era pronto per il colpo di Stato. Ma i comunisti italiani credevano che la situazione rivoluzionaria del paese, la febbre sediziosa delle masse proletarie, l’epidemia degli scioperi generali, la paralisi della vita economica e politica, l’occupazione delle fabbriche da parte degli operai e delle terre da parte dei contadini, la disorganizzazione dell’esercito, della polizia, della burocrazia, l’avvilimento della magistratura, la rassegnazione della borghesia, l’impotenza del governo, fossero condizioni sufficienti a provocare la consegna del potere ai rappresentanti dei lavoratori. Il Parlamento era nelle mani dei partiti di sinistra: l’azione parlamentare si accompagnava all’azione rivoluzionaria delle organizzazioni sindacali. Ciò che mancava non era la volontà d’impadronirsi del potere, era la conoscenza della tattica insurrezionale. La rivoluzione si esauriva nella strategia. Era la preparazione all’attacco decisivo: ma nessuno sapeva come condurre l’attacco».

Malaparte porta poi quale «esempio della macchina insurrezionale fascista» ciò che vide a Firenze, Empoli, Pistoia, nel Mugello e in San Giovanni Valdarno.

Leggiamo: «Le camicie nere avevano occupato di sorpresa tutti i punti strategici della città e della provincia, vale a dire gli organi dell’organizzazione tecnica, le officine del gas, le centrali elettriche, la direzione delle poste, le centrali dei telefoni e dei telegrafi, i ponti, le stazioni ferroviarie. Le autorità politiche e militari erano state prese alla sprovvista dall’improvviso attacco. La polizia, dopo qualche vano tentativo di cacciare i fascisti dalla stazione ferroviaria, dalla direzione delle poste, e dalle centrali dei telefoni e dei telegrafi, si era rifugiata nel Palazzo Riccardi, sede della Prefettura e antica dimora di Lorenzo il Magnifico, difeso da distaccamenti di Carabinieri e di Guardie Regie appoggiati da due autoblinde. Assediato nella Prefettura, il Prefetto Pericoli non poteva comunicare né col governo di Roma, né con le autorità della città e della provincia: le linee telefoniche erano state tagliate, e mitragliatrici fasciste, appostate nelle case intorno, tenevano sotto la minaccia del loro fuoco tutte le vie d’uscita del Palazzo Riccardi».

E ancora: «I ponti, le stazioni, gli incroci, i viadotti, le chiuse dei canali, i granai, i depositi di munizioni, le officine del gas, le centrali elettriche, tutti i punti strategici erano occupati da squadre fasciste. Pattuglie sorgevano all’improvviso dall’oscurità: “Dove andate?”. Lungo le strade ferrate, ogni duecento metri, era appostata una camicia nera. Nelle stazioni di Pistoia, di Empoli, di San Giovanni Valdarno, squadre di ferrovieri fascisti si tenevano pronte con i loro utensili a togliere i binari in caso di estrema necessità. Tutte le misure per assicurare o per interrompere il traffico erano state prese. Un treno di carabinieri, proveniente da Bologna, era stato fermato presso Pistoia, a qualche centinaio di metri dal famoso ponte di Vaioni: dopo uno scambio di fucilate, poi il treno era tornato indietro, non osando inoltrarsi sul ponte. Scaramucce avevano avuto luogo anche a Serravalle, sulla strada di Lucca: camion carichi di Guardie Regie erano stati presi sotto il fuoco delle mitragliatrici che difendevano l’accesso alla pianura di Pistoia».

Acclarata l’efficacia della tecnica militare fascista, Malaparte mostra anche il peso della comunicazione (ieri importante, oggi vitale) nell’azione fascista.

«La violenza – annotava – non esclude l’inganno. Su ordine del Quadrumviro Balbo, giunto all’improvviso a Firenze, una squadra di fascisti si recò alla “Nazione”, il più importante quotidiano della Toscana. Introdotti presso il direttore del giornale, Aldo Borelli, che dirige ora il “Corriere della Sera”, quegli squadristi gli intimarono di lanciare immediatamente un’edizione straordinaria, con la notizia che il generale Cittadini, aiutante di campo del Re, si era recato a Milano per entrare in trattative con Mussolini, e che in seguito a quel passo Mussolini aveva accettato di formare un nuovo ministero. Due ore dopo, centinaia di camion fascisti spargevano per tutta la Toscana le copie di quella edizione straordinaria della “Nazione”, percorrevano le vie di Firenze e dei più piccoli centri di provincia, i soldati e i carabinieri fraternizzavano con le camicie nere…».

E gli altri? I comunisti? Loro «avevano perduto ogni influenza sulle masse dei lavoratori». «Il loro terrorismo criminale e ingenuo – scriveva Malaparte – la loro assoluta incomprensione del problema rivoluzionario italiano, la loro incapacità di rinunziare a una tattica che si esauriva, sul terreno dell’azione diretta, negli attentati, nei colpi di mano isolati, nelle sedizioni di caserma e di fabbrica, in quella inutile guerra di strada nei piccoli centri di provincia, che ne faceva i protagonisti crudeli e arditi di una specie di bovarysmo (dalla Bovary di Flaubert: smanioso desiderio di evasione dalla realtà; ndr) insurrezionale, li avevano ridotti a sostenere una parte del tutto secondaria nella lotta per la conquista dello Stato. Quante occasioni perdute, quanti colpi mancati, in quell’anno 1919, l’anno rosso, durante il quale anche un qualsiasi piccolo Trotzki, un qualunque Catilina di provincia, avrebbe potuto, con un po’ di buona volontà, un pugno d’uomini e qualche colpo di fucile, impadronirsi del potere senza scandalizzare né il Re, né il governo, né la storia d’Italia. Al Krernlino, il bovarysmo insurrezionale dei comunisti italiani era l’argomento preferito delle conversazioni, nei momenti di buonumore: le notizie che gli pervenivano dall’Italia facevano ridere fino alle lacrime quel Lenin…».

C’è un commento più che mai azzeccatissimo in questa Italia malata di paura salvata dall’avvocato (lui dice del popolo…) Giuseppe Conte sul letto di morte del coronavirus. Eccolo: «Ci si può aspettare tutto da un paese che è stato salvato troppe volte».

Avanti il prossimo.

 

 

 

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