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Il cittadino americano protesta: no alla paura, sì alla libertà

Qual è la madre di tutte le forze americane? Qual è la forza primigenia, quella che sta alla base della potenza statunitense?

Senza preamboli: gli Stati Uniti d’America s’appoggiano saldamente sulle spalle del cittadino americano. Con il medesimo orgoglio dell’uomo che per secoli ha scandito: «Civis romanus sum», oggi il cittadino americano pronunzia la propria forza: «I’m american». Le manifestazioni di protesta contro gli arresti domiciliari imposti per fermare il coronavirus confermano che l’habeas corpus (in breve: l’inviolabilità della persona) per gli americani è sacro.

Io sono americano” al pari dell’antico “sono cittadino romano” condensa potenza militare, potenza economica, potenza civile.

È vero, da quelle parti fanno timidi tentativi per varare un sistema sanitario pubblico; il ricco è difficile che finisca in galera e che ci resti; il lavoro a tempo indeterminato non sanno nemmeno che esiste (e questo, comunque, è un bene!)… non è una Repubblica federale presidenziale tutti fiori e cioccolatini, ma nessun cittadino americano scambierebbe il proprio passaporto con quello di un altro Paese. Anzi. Nel mondo (Italia fra i primi) si contano a centinaia di milioni le persone disposte a tutto pur di avere un passaporto a stelle e strisce.

In questa società malata e malandata, l’habeas corpus è “roba da sfigati”, “fatta apposta per chi se la tira”, “per i secchioni che citano il latino per vantarsi”. Noi abbiamo piegato la schiena alla frusta di mille padroni e la pieghiamo ancora senza nemmeno bisogno che il padrone mostri lo staffile. Vivo in un piccolo comune calabrese e la gente porta mascherine e guanti pure mentre guida a finestrini chiusi. Ti guardano male (e qualcuno telefona ai carabinieri) se vai in giro a volto scoperto. Vorrebbero che la protezione cessasse soltanto con l’arrivo del vaccino. Da quando siamo tutti agli arresti domiciliari, le mie passeggiate le faccio di notte e non sempre esco anche all’ora di pranzo, quando di norma il paese è deserto e tutte le saracinesche calate. Le uscite diurne non possono essere regolari sennò le segnalazioni che fioccano da balconi e serrande dischiuse finirebbero col farmi rintracciare. Vabbè, roba di paese; torniamo a noi.

L’abitudine ad ubbidire, a fare come gli altri, accettando qualsivoglia limitazione di libertà, è il contrario esatto del “civis romanus sum”. Quando ci si trova dinanzi al tizio con il cappello in divisa, come Totò indicava i “caporali”, che sia carabiniere, poliziotto, finanziere o vigile urbano (in questi mesi si sono aggiunti anche i volontari della Protezione civile), bisogna andarci cauti. È sufficiente una smorfia per essere incriminati. C’è il reato di vilipendio, c’è il reato di offesa a pubblico ufficiale, c’è il reato di resistenza… la tradizione più dura a morire che abbiamo ereditato dal Papa-Re è lo sterminato catalogo dei reati. Per i preti, pecchi se soltanto ci pensi ad un vaffa; per lo sbirro, è sufficiente uno sguardo ironico per portarti in caserma.

Così siamo ridotti e il triste, il veramente triste, è che non ce ne rendiamo conto. Per noi è normale essere fermati, interrogati, perquisiti…

Nel film-documentario “Fahrenheit 9/11” (2004, Michael Moore), la scena che più faceva imbestialire gli americani era la prepotenza dei poliziotti nei confronti della troupe che stava lavorando. In Italia, invece, la gente rideva del presidente Bush che zuzzerellava con i bambini invece di precipitarsi, come si vede solitamente nei film, nella stanza delle crisi, affollata di esperti, consulenti, generali e monitor d’ogni tipo. Per l’italiano è normalissimo che una pattuglia ti fermi e ti interroghi per strada. A volte (ai tempi del terrorismo, un’altra “emergenza” che servì al Palazzo per mettersi un po’ di cosette a posto) gli italiani sono più schiavisti di un caporale dell’agro nocerino-sarnese e chiedono misure ancor più restrittive. Abbiamo sviluppato un masochismo degno del masochista di Freud.

Negli Stati Uniti, dunque, in una quarantina di Stati (su 50) è stato tolto il lockdown per il ritorno alla normalità. Sulle spiagge della Florida, per esempio, c’è la solita folla di maggio. Negli Stati dove i governatori sono parenti stretti dell’avvocato Conte, la serrata è stata confermata scatenando le ire dei cittadini.

La foto di un manifestante che porta una grande verità: “il vero virus è la paura” è la miglior sintesi. Ovviamente, gli stessi italiani che strillavano ai tempi dei missili a Comiso “meglio comunisti che morti” sono arciconvinti che è meglio farsela sotto dalla paura che correre il rischio di infettarsi.

Sul web ci sono centinaia di foto e articoli che raccontano la protesta (a volte persino armata) dei cittadini americani che rivendicano il diritto alla libertà garantita dalla Costituzione.

I nostri “operatori della comunicazione” (di giornalisti ne vedo sempre di meno) attaccano il presidente Usa Donald Trump e cantilenano le cifre per spaventare al massimo l’utente-consumatore-cliente.

Negli Stati Uniti si sono contati fino a questo momento circa 67 mila morti, più di 152 mila guarigioni e 1,16 milioni di contagiati. Nessuno dei suddetti “operatori” aggiunge, per comprendere meglio le cifre, che gli Usa contano pressappoco 320 milioni di abitanti. Ci piange il cuore quando muore qualcuno ma se, per salvare 67 mila persone, ne debbo tenere in galera 320 milioni, beh, sarebbe una cosa alla Conte.

In Italia, siamo più di 60 milioni e finora abbiamo avuto meno di 29 mila morti, circa 80 mila guariti e quasi 209 mila contagiati.

Galera per 60,36 milioni di abitanti per impedire l’aumento dei morti? Ma che imbroglioni. La galera (che loro chiamano quarantena, ma almeno sulla nave si poteva passeggiare sul ponte e gozzovigliare al bar) ce l’hanno imposta per evitare disordini negli ospedali che sarebbero collassati. E ora continuano perché i milioni di mascherine, guanti e quant’altro ormai sono stati prodotti e tocca smaltirli sennò il business va a  farsi friggere. Ahi, serva Italia…

 

 

 

 

 

 

 

 

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