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Rematori sulla Colonna Traiana a Roma

STORIA – Sulle navi romane i rematori erano uomini liberi

Nei film che raccontano di Roma, delle sue guerre e dei suoi imperatori, quando arrivano le scene di una battaglia navale, ai registi piace indugiare sui rematori incatenati ai banchi, frustati senza pietà, piagati e scheletrici. Credo siano poche le persone al mondo (ovviamente nelle regioni provviste di cinematografi e di televisione) che non abbiano “imparato” come funzionassero le cose su una nave romana. Il rematore incatenato, destinato ad affogare con l’affondamento della nave, costretto a mangiare, dormire, evacuare, senza potersi mai muovere dal posto, quello schiavo (che qualche volta è addirittura il protagonista del film) è condannato ad una morte lenta e dolorosa. I fustigatori sono muscolosi sadici che martirizzano ridendo i rematori. Allo spettatore viene la voglia di prendere quella frusta e ficcargliela in… gola a quel miserabile che approfitta di gente che non può difendersi.

In realtà, sulle navi romane i rematori non erano schiavi e non erano incatenati ai banchi. Cominciamo a liberarci almeno dei luoghi comuni che affollano la letteratura (e perciò cinema e tv) “storica”, che si avvale, sovente, di “storici” parenti stretti dei venditori di saponette.

Dobbiamo arrivare al XII secolo per trovare condannati ad galeas incatenati ai banchi. Dalla galea, la nave che diede il predominio sui mari a Venezia e che ancora nel 1600 fu l’ammiraglia del re di Francia Luigi XIV, noto ai più come Re Sole, è da quella parola che deriva il termine galeotto. Ma Roma, sia nel periodo repubblicano che in quello imperiale, non contemplò damnatio ad galeas bensì ad metalla (cioè nelle miniere) o ad bestias (cioè in pasto alle belve nel circo).

Tre erano le componenti di un equipaggio su una nave militare: i marinai addetti alle manovre, i classiari, cioè i soldati imbarcati per combattere in mare e/o per sbarcare nel corso di operazioni anfibie, e i rematori. In alcune circostanze, ai remi ci furono anche dei legionari, ma solitamente erano uomini liberi senza reddito che si arruolavano per sbarcare il lunario. A bordo erano trattati bene, nutriti con abbondanza per mantenerne l’efficienza fisica e, per la stessa ragione, beneficiavano di programmati turni di riposo.

Marziale, il poeta vissuto ai tempi dell’imperatore Vespasiano (e particolarmente caro agli studenti per via degli epigrammi a sfondo erotico-sessuale), dedicò versi anche ai rematori sfottendoli con divertentissimi giochi di parole.

«Cessatis, pueri, nihilque nostis, Vaterno Rasinaque pigriores, quorum per vada tarda navigantes lentos tinguitis ad celeuma remos». «Ragazzi – li dileggiava Marziale – siete degli oziosi e buoni a nulla, più fiacchi dei (fiumi) Vaterno e Rasina, nelle cui pigre acque immergete lentamente i remi al ritmo del canto».

In questi versi, il poeta cita il “celeuma”, il canto ritmico della voga, e così scopriamo anche come facessero i rematori ad seguire tutti la stessa frequenza dei colpi in acqua. C’era un capovoga (come oggi nel canottaggio) il quale ritmava i colpi che i rematori seguivano cantando.

Non hanno avuto la stessa fortuna dei negri nelle piantagioni di cotone, dai quali abbiamo ereditato spirituals e gospel, blues e jazz. Non c’è stata produzione discografica di “celeuma”. Eppure, in quei secoli, la gente si accalcava sui moli per ascoltare il canto dei vogatori che si avvicinava per l’attracco.

Niente frusta, quindi, ma canzoni. Niente catene, ma lavoro duro per uomini duri.

Un’ultima annotazione. Le navi navigavano a vela. Soltanto per l’attracco o per il combattimento, la nave si muoveva a forza di remi. I rematori, comunque, durante la navigazione a vela, davano una mano a bordo per pulizie, riparazioni e manutenzioni. Nei film con galeoni e vascelli, vediamo i marinai impegnati nella pulizia del ponte. Ciascun comandante di marina sa che tenere l’equipaggio troppo a lungo in ozio crea problemi d’ogni genere.

 

 

 

 

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