F.T.Marinetti: ecco chi frena la legittima ribellione dei giovani

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», dice il giovane Tancredi, autentico uomo moderno raccontato da Tomasi di Lampedusa nel fortunato romanzo “Il Gattopardo. Una frase nota più per il paradosso che per la reale consistenza; eppure è una costante della politica in Italia; non soltanto dal 1945 ad oggi. Nell’aprile del 1917, sul quotidiano “Il Corriere della Sera” si leggeva: «Purché l’Italia non sia, come a volte pare, un organismo sociale sui generis, né aristocrazia né democrazia, ma gerontocrazia, una gelosa repubblica senile ove – salvo strabilianti eccezioni – è preclusa la strada a chi non sia tanto stagionato e infiacchito da non dare ombra a nessuno».

Fu Filippo Tommaso Marinetti due anni dopo a citare il foglio milanese nel saggio “Democrazia futurista – Dinamismo politico” (ed. Facchi, 1919). Al fondatore del Futurismo, il movimento artistico-cultural-politico rivoluzionario che dall’Italia attraversò l’Europa, la “gerontocrazia”, il potere in mano ai vecchi, sembrava il principale ostacolo sulla via del progresso. La “gelosa repubblica senile” parrebbe oggi squassata dalle giovani leve parlamentari imposte dai Cinquestelle malamente imitati dai concorrenti e invece non è stata minimamente intaccata in quanto il potere che decide riposa in grembo a burosauri e “grandi vecchi” del “deep state (https://internettuale.net/2711/deep-state-contro-il-mostriciattolo-gialloverde).

Essendo il saggio di F.T. Marinetti un luogo da meditare, qui mi limito a copiarne le parti relative ai giovani, ripromettendomi di riportare più in là i riferimenti alla donna, alla burocrazia e alla politica. Il poeta della velocità partiva da un assioma oggi improponibile perché politicamente scorretto. «È indiscutibile – sosteneva – che la nostra razza supera tutte le razze per il numero stragrande di (giovani) geniali che produce».

«Nel più piccolo nucleo italiano, nel più piccolo villaggio vi sono sempre sette, otto giovani ventenni che fremono d’ansia creatrice, pieni d’un orgoglio ambizioso…  Alcuni sono dei veri illusi, ma sono pochi. Non potrebbero giungere al vero ingegno…». Era un appassionato richiamo, illuminato da un ottimismo vissuto con i piedi per terra. Quelli che mancano di “vero ingegno”, «sono però sempre dei temperamenti a fondo geniale, cioè suscettibili di sviluppo e utilizzabili per accrescere l’intellettualità geniale di un paese». Per l’autore del “Manifest du Futurisme” pubblicato sul quotidiano parigino “Le Figaro” nel 1909, i giovani geniali erano condannati alla schiavitù di una scuola produttrice di ceppi e catene. Scriveva: «Sotto il nuvolone minaccioso degli esami inutili da passare o la pioggia torrenziale dei compiti cretini, lo studente educa il suo cervello e il suo spirito alla paura e al pedantismo». Non riviene in mente la frase di Tancredi? Dopo le centinaia di cosiddette riforme della scuola dalla sconfitta della seconda guerra mondiale ad oggi, sono forse scomparsi i “compiti cretini”, il “pedantismo” e l’educazione all’ipocrisia lecchina? Perfino i testi scolastici sono farciti di luoghi comuni, falsità tramandate da edizione in edizione (cambiano solitamente le copertine e il prezzo) e citazioni sconfessate da nuovi documenti e/o da più attente traduzioni.

Le cose non cambiano granché a casa, soprattutto da quando mamma e papà (lo so, dovrei dire genitore 1 e genitore 2, ma mi fa schifo) sono diventati amici e complici dei figli. I sogni di vacanze esotiche, di potenti auto di lusso, di sensuali starlette… insomma l’obiettivo-soldi è il solo parametro educativo vigente nelle famiglie italiane (https://internettuale.net/2496/rapporto-censis-2015-litalia-e-in-un-letargo-esistenziale-vive-giorno-per-giorno-di-resti).

Annotava Marinetti: «Egli (il giovane) trova ogni sera in famiglia la tipica atmosfera di grettezza, di mediocrità, l’odio per tutte le forme di avventura e di audacia, i moralismi pretini, la goffa lotta fra l’avarizia taccagna e l’ansia del lusso provinciale, l’affettuosità morbosa accaparrante e soffocante della madre e la dura prepotenza di un padre rammollito che crede però suo dovere stroncare il figlio ad ogni costo in tutto ciò che può sognare, desiderare, volere».

All’epoca in cui viveva, i padri erano fatti in quel modo, oggi, se il figlio mostra una qualche abilità funambolica nel prendere a calci una palla o la figlia si esibisce smorfiosetta in un ballo visto in tv, il papà (ma anche mammina) incoraggia la valente prole sospingendola, con esborsi a favore di apposite scuole, sulla via del successo, cioè del denaro.

Il giovane geniale (forse oggi ce ne sono di meno, ma comunque ce ne sono ancora) «si sente nei nervi una forza misteriosa, violenta. Sarà poeta, pittore, artista drammatico, costruttore di ponti su fiumi americani, appaltatore di terreni lontani da dissodare, deputato, ecc.: egli non sa esattamente» (https://internettuale.net/614/i-pezzenti-di-montecitorio-2).

Fin d’allora lo sbocco del giovane italiano geniale era il lavoro all’estero. La “fuga dei cervelli” non è prassi contemporanea.

Marinetti descriveva un giovane che «rischierebbe volentieri tutto ciò che ha di caro e di piacevole intorno a sé, affetti, amicizie, primi piaceri sessuali, allegrie goliardiche, per ottenere immediatamente la prova diretta e la manifestazione di questa sua forza».

Il richiamo più doloroso è alle “allegrie goliardiche” oramai abbandonate a vantaggio del fracasso ossessivo della discoteca. Le “Feriae Matricolarum” erano occasioni di giochi e gare di metrica, con canti sapidi e goliardicamente volgari, con stuzzicanti tradizionali punizioni… era un continuo di risate e godurie d’ogni genere. Soprattutto per il cafone arrivato dalla provincia nella grande università era un miracolo inaspettato poter abbracciare la sconosciuta collega nell’ebrezza comune del litrozzo.

Nel 1919 Marinetti lamentava che il giovane «ha intorno a sé degli alti pessimismi neri, delle negazioni massicce; respira lo scetticismo avvelenante e non ha un soldo in tasca». E concludeva: «Se coraggiosissimo, rivoltosissimo».

Se ieri si affogava «nello stagno della vita nostra italiana, le cui rive sono custodite dagli sterpi intricati delle leggi poliziesche e dalle siepi burocratiche, destinate soltanto a stancare e a dilaniare ogni istinto profondamente umano e ogni legittima ribellione», cosa dire oggi? Il futurista Marinetti avrebbe serbato la fiducia nella “nostra razza” di fronte alla rassegnazione dei giovani abbozzolati da “leggi poliziesche” vieppiù formidabili in quanto democratiche? Con i se e con i ma…

 

 

 

 

 

 

 

 

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