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Mussolini: ridurre gli uffici pubblici per snellire la burocrazia

La burocratizzazione eccessiva (se ne sta parlando molto a proposito dei meccanismi Ue) è il maggior ostacolo alla rapidità delle decisioni e delle relative esecuzioni. Non è una questione nuova e l’Italia ne sa al riguardo assai di più dell’Europa. Scriveva alla fine del 1923 su «Critica Fascista » Ettore Lolini (già autore del libro “Burocrazia”): «Degli ottimi provvedimenti, quali la riduzione del numero dei Ministeri e dei Sottosegretariati, il decentramento amministrativo, l’abolizione delle numerose, inutili e parassitarie Commissioni, la diminuzione del personale e tutta l’enorme legislazione riformatrice di quest’anno di pieni poteri del Governo Fascista, corrono il grave pericolo di costituire soltanto un rinnovamento formalistico esteriore, se lo spirito di rinnovamento fascista non riesce a conquistare e penetrare negli organismi dirigenti della nostra burocrazia».

Il giornalista Alfredo Signoretti (fu anche direttore de “La Stampa”) scriveva nel 1925 su “Critica fascista” (il periodico già citato che era stato fondato da Giuseppe Bottai) che «il problema della burocrazia è sostanziale, bisogna guardarlo dal di dentro e non dal di fuori. Il fascismo deve convincersi di questo». E denunciava «il modo di trattar le pratiche, la routine sacramentale del giro delle minute e delle copie, degli stampati, i modelli, i così detti gabinetti, l’arretrato che regolarmente deve accumularsi, il formalismo, l’assenza di ogni responsabilità negli impiegati sì che i provvedimenti sono quasi anonimi…». Tale e quale oggi! Lo stesso anno su “Il Popolo d’Italia”, Signoretti intervenne contro la “tradizione” delle raccomandazioni che perdurava nonostante fossero state abolite. La “segnalazione” – come dicevano i più accorti democristiani e come ripetono oggi quelli che le fanno e quelli che le ricevono – è connaturata alla pubblica amministrazione. Con quale criterio sono stati scelti gli scienziati e gli esperti che affollano Palazzo Chigi e ministeri vari? Io te ne segnalo uno a te e tu me ne segnali uno a me: e chest’è.

Alla fine del 1925, il consigliere di Stato Carlo Marzollo, presidente della Commissione esaminatrice di un concorso per l’amministrazione centrale dei Lavori pubblici, deve alzare le mani: «…i concorrenti danno prova di non sufficiente cultura, generale e specifica, così negli esami scritti come in quelli orali» per cui «assai bassa è la percentuale dei candidati che riescono a conseguire anche soltanto l’idoneità». Il buon Marzollo ne giustificava l’ignoranza per «le condizioni in cui si svolsero gli studi nel periodo bellico, e in quello dell’immediato dopoguerra…». Come spiegherebbe oggi l’ignoranza diffusa non soltanto tra i discenti ma anche tra i docenti?

Marzollo era un sostenitore di un unico esame di Stato per l’accesso alla Pubblica amministrazione e – cose mai viste! – voleva il licenziamento «di coloro che abbiano fatto cattiva prova». In merito i sindacati degli statali non hanno dubbi: il licenziamento? roba da fascisti.

In quegli anni furono organizzati corsi di aggiornamento e seminari quasi tutti promossi dall’Associazione generale fascista del pubblico impiego.

La sburocratizzazione e l’aggiornamento professionale furono attaccati dagli antifascisti perché la routine burocratica, impregnata di ipocrita legalità, era un ostacolo al Fascismo. Anche la lotta all’introduzione dell’orario unico fu una bandiera antifascista: difendevano il diritto dell’impiegato ad andare a casa per il pranzo invece di essere costretto a “consumare una modesta refezione” al ministero.

Il Fascismo aggirò gli ostacoli creando ex novo organismi esterni, come i Monopoli di Stato o l’Anas.

Giovanni Giurati da ministro dei Lavori pubblici scrisse a Mussolini denunciando «…un rilevantissimo numero di pratiche arretrate…». Lo spirito di riforma partorì strutture (come l’Ufficio di statistica) e ordinamenti (come l’Amministrazione ferroviaria e quella postale-telegrafica) che “dribblarono” le barriere dei burosauri (e degli antifascisti) decentralizzando e conferendo piena autonomia ov’era possibile.

Le innovazioni, però, non sanarono il male di fondo. Benito Mussolini emanò come Capo del governo primo ministro segretario di Stato un decreto (era il 26 ottobre del 1928) di tre articoli. Copio e incollo dalla Gazzetta Ufficiale:

«Art. 1. E’ costituito un Comitato con l’incarico di presentare proposte per il perfezionamento dei metodi di lavoro e di controllo delle Amministrazioni dello Stato, allo scopo di assicurare la maggiore speditezza nel funzionamento dei servizi, semplificandone l’organizzazione, e di permettere la riduzione del numero degli uffici, rivedendone e coordinandone le attribuzioni.

Art. 2. Fanno parte del Comitato di cui all’articolo precedente: De Stefani on. prof. Alberto, deputato al Parlamento, presidente; Mayer on. Teodoro, senatore del Regno, membro; Quartieri on. ing. Ferdinando, senatore del Regno, membro; Maraviglia on. avv. Maurizio, deputato al Parlamento, membro; Mazzini on. ing. Giuseppe, deputato al Parlamento, membro; Lusignoli avv. Aldo, segretario generale dell’Associazione generale fascista del pubblico impiego, membro; Pirelli dott. Alberto, membro.

Ãrt. 3. Il Comitato predetto deve presentare al Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, le sue conclusioni e le sue proposte non oltre il 31 marzo 1929 –VII». 

Il decreto (che data l’onnipotenza burocratica attuale non sembra aver sortito effetti duraturi) arrivava dopo che la Confederazione fascista dell’industria nell’ottobre 1925 aveva creato un Comitato nazionale per lo studio dei problemi dell’organizzazione scientifica del lavoro. L’anno seguente fu fondato l’Ente nazionale italiano per l’organizzazione scientifica del lavoro (Enios).

Gli industriali, come Alberto Pirelli e Adriano Olivetti, lavoravano allo stesso obiettivo: razionalizzare, efficientare, modernizzare, migliorare il lavoro nel pubblico e nel privato. Com’è evidente, una certa efficienza nei processi produttivi privati è stata introdotta, ma nei settori pubblici non se ne vede nemmeno l’avvio. Una speranzella arriva dall’influenza: grazie al Covid-19 i processi di informatizzazione hanno avuto una forte spinta in avanti. Il burosauro è animale difficile da uccidere. Non ci riuscì nemmeno Mussolini, grande cacciatore di sfaticati parassiti.

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