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Carlo Pisacane: non c’è sovranità senza vera libertà

«…l’unità mondiale vi sarà, ma non già come pretendono costoro, distruggendo le nazionalità, incorporandosi insieme, o assorbite dalla preponderanza di una fra esse; ma come un individuo, associandosi co’ suoi simili, viene abilitato ad uno sviluppo maggiore delle proprie facoltà…». Non era ancora fatta l’unità d’Italia e il trentanovenne rivoluzionario Carlo Pisacane già affrontava il tema delle…Nazioni Unite. «…nell’associazione universale –scriveva – ogni nazione, lungi dal perdere la sua individualità e l’indole propria, troverà campo piú vasto di svilupparla…».

A questo combattente risorgimentale i testi scolastici danno spazio soltanto per raccontare la fallita impresa di Sapri («Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!») ed è un peccato. Fu l’unico a dire che la questione sociale non sarebbe stata risolta cambiando soltanto il nome del monarca che avrebbe governato l’Italia. Fu anche un teorico dell’arte militare, della guerra e della rivoluzione. Anticapitalista, perfino, in quanto socialista (il socialismo essendo una grande madre con tanti figli). Nel “Saggio sulla rivoluzione” (scritto nel 1857), lo sfortunato precursore dei “Mille” metteva su carta i temi che venivano prima della lotta armata da compiere per unificare la nazione, come appunto quello della “unità mondiale”.

«…nel modo stesso che una nazione non sarà libera in tutto il significato della parola libertà, se ogni suo individuo non sente fiducia nelle proprie forze, dignità, ed uguaglianza assoluta col resto dei cittadini – spiegava – così l’associazione universale non potrà aver luogo, se prima ogni nazione non si costituisca strettamente ne’ proprî caratteri e non ci sia fra tutte che un’uguaglianza universalmente sentita».

Ciascun popolo, dunque, dovrà trovare la formula di governo più “garantista”. «…se l’utile d’un cittadino dipende dal guadagno della società di cui fa parte – annotava Pisacane prima di imbarcarsi per Sapri – e la prosperità di questa dalla prosperità dell’intera nazione, vi sarà in tutti unità di mire, di desiderî, di speranze, e quindi concordia nelle idee e nelle opinioni…». E aggiungeva: «…non è l’uomo che deve educarsi, ma sono i rapporti sociali che deggiono cangiare affatto e ciò basterà per trasformare un popolo di egoisti e dissoluti in un popolo d’eroi; amor di patria e fratellanza vi sarà quando l’utile privato verrà indissolubilmente legato coll’utile pubblico, quando ognuno adoperandosi pel proprio bene, farà eziandio il bene dell’universale». 

Il sapore dell’utopia è forte ma la pietanza, cioè la coincidenza tra interesse privato e interesse pubblico, resta tutt’ancora da cucinare. I richiami alla sovranità sono fasulli in assenza di opportune condizioni: «…bandire la sovranità del popolo e limitare la manifestazione del pensiero, è un chiedere la luce con favorire le tenebre». E continuava: «La sovranità del popolo, che tutti bandiscono, a cui tutti aspirano, è, nel governo, la sostituzione del concetto collettivo all’individuale. Il concetto collettivo emerge dallo stato di progresso della nazione, costituito da’ svariatissimi rapporti sociali. Chi parlasse di libertà a gente che avesse servo il cuore, non sarebbe compreso, i suoi sforzi tornerebbero vani; come a gente di spiriti liberi farebbe schifo il linguaggio di uno schiavo».

La strada è lunga (a quei tempi, ma non è che oggi sia breve) e «se la nazione devierà ancora dalla linea retta, se ancora non è abbastanza assennata dall’esperienza, potranno de’ strani connubî, delle strane combinazioni aver luogo, ma essa non raggiungerà con questi mezzi la sua piena libertà e la grandezza a cui è destinata».

Quella del connubio strano, della strana combinazione è la mina scavata sotto la nazione: gli esempi più vicini sono gli accordi tipo compromesso storico o i governi dei non-eletti sponsorizzati dal Colle e quelli della Lega, prima, e del Pd, poi, con i Cinquestelle.

«…i governi d’oggi – accusava Pisacane – che per intervenire in ogni cosa creano un numero strabocchevole di salariati; la farragine di leggi oscure e contradditorie d’onde pullulano a sciami i curiali come dalla putredine gli insetti, e salariati e curiali impinguandosi a spese di coloro che lavorano, hanno diviso la società in scorticatori e scorticati, ed avvilito il lavoro».

Parole scritte centosessanta e passa anni fa. Cos’ha fatto il governo Conte per combattere l’influenza? Ha creato commissioni, task-force, contratti di consulenza, strutture cosiddette “operative” cioè una marea di nuovi “salariati”, come li chiamava Pisacane.

A tutt’oggi la comunità nazionale si divide in scorticatori e scorticati. L’avventura di Pisacane fallì perché minacciava i “poteri forti”. Meglio Garibaldi, che di quei poteri era servo (sciocco o non, questo va ancora analizzato).

 

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