Benito Mussolini: mi dite perché milioni di italiani non votano?

Nel discorso tenuto a Napoli a quattro giorni dalla Marcia su Roma, Benito Mussolini disse fra l’altro: «…noi non vogliamo togliere al popolo il suo giocattolo (il Parlamento; ndr). Diciamo “giocattolo” perché gran parte del popolo italiano lo stima per tale. Mi sapete voi dire, per esempio, perché su undici milioni di elettori ce ne sono sei che se ne infischiano di votare? Potrebbe darsi, però, che se domani si strappasse loro il giocattolo, se ne mostrassero dispiacenti. Ma noi non lo strapperemo».

Anche ai tempi del suffragio non universale, cioè quando le donne non potevano votare, più della metà degli aventi diritto al voto disertavano le urne. Eppure, sottolineava Mussolini, se provate a togliergli il “giocattolo”, quelli che non votano s’arrabbiano. C’è soltanto la paura a convincere pure i renitenti al voto che la libertà e la democrazia possono essere sospese fino a nuovo ordine. Le prove generali di sottomissione sono state fatte con la paura del terrorismo: tutti schedati, segnalati, perquisiti, radiografati, limitati nei movimenti per “fermare i terroristi”. C’è stata qualche protesta, qualche ricorso alle alti corti di (in)giustizia, ma le norme eccezionali anti-terrorismo sono state accettate. Comunque, erano poca cosa rispetto a quelle imposte oggi dall’anti-coronavirus. Stavolta, non si è levata alcuna significativa protesta. Eh, bello mio! qua si tratta di vita o di morte e io non voglio morire, perciò mi metto la mascherina e i guanti e me ne sto a casa a serrande chiuse sennò il virus mi entra dalla finestra. Migliaia di anziani abbandonati a sé stessi perché nessuno, a cominciare dai medici, ha il coraggio di frequentarli. Andare dai nonni a pranzo è condannato alla stregua di un rapporto contronatura, pardon, l’esempio è sbagliato: ai bambini si insegna che le uniche attività contronatura sono il taglio di un albero, la busta di plastica e cementificare gli argini di un fiume. Comunque sia, dai nonni non si va, punto e basta.

Questo popolo di cacasotto, di non votanti, di meschini aspiranti alla personale felicità (al massimo si fanno qualche risata, perché bisogna soffrire per essere poi felici) si crogiola nell’illusione della democrazia. E Mussolini il 24 ottobre del 1922 ammoniva: «La democrazia crede che i principî siano immutabili in quanto siano applicabili in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni evenienza. Noi non crediamo che la storia si ripeta, noi non crediamo che la storia sia un itinerario obbligato, noi non crediamo che dopo la democrazia debba venire la superdemocrazia!».

Qui, Mussolini fu profeta a metà: la superdemocrazia è arrivata, nel senso che è stata superata dalla cocacolonizzazione, dall’omogeneizzazione, dai superpoteri del capitale apolide e plurilingue.

Diceva quel giorno Mussolini: «Se la democrazia è stata utile ed efficace per la nazione nel secolo XIX, può darsi che nel secolo XX sia qualche altra forma politica che potenzi di più la comunione della società nazionale. Nemmeno adunque, lo spauracchio della nostra antidemocrazia può giovare a determinare quella soluzione di continuità, di cui vi parlavo dianzi (riferimento alla monarchia; ndr)».

La società nazionale è una mucillagine (https://internettuale.net/799/italia-solo-decadenza-e-telefonini) incapace di essere “nazionalista” così come d’essere “europeista” ed è capacissima, invece, di essere luogocomunista nutrita di ignoranza tramite tv e social.

Come fare per riacquistare orgoglio e dignità? Mussolini diede agli Italiani un sogno. «Noi – disse – abbiamo creato il nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio. Il nostro mito è la nazione, il nostro mito è la grandezza della nazione!». E, aggiungeva, «una nazione è grande quando traduce nella realtà la forza del suo spirito».

Oggi potrebbe essere l’Europa il nostro mito se ci fosse qualcuno capace di alimentarlo. Se emergesse qualcuno abbastanza forte da cancellare le mille divisioni, personalistico-patetiche, che impediscono alle dita di diventare un pugno (https://internettuale.net/2946/combattere-per-leuropa).

Tanti problemi troverebbero un’adeguata soluzione. Nel 1922 sull’Italia gravava un enorme debito. La guerra aveva prosciugato le casse pubbliche arricchendo, come al solito, fameliche camarille e insaziabili pescecani. Di contro?, lo schiamazzare continuo, il piagnisteo infantile e la rabbia impotente. «Ma – sottolineava Mussolini – noi non siamo delle piccole femmine isteriche che sogliono ad ogni minuto allarmarsi di quello che succede. Noi non abbiamo una visione apocalittica, catastrofica della storia. Il problema finanziario dello Stato è un problema di volontà politica. I milioni e i miliardi li risparmierete se avrete al Governo degli uomini che abbiano il coraggio di dire no ad ogni richiesta. Ma finché non porterete sul terreno politico anche il problema finanziario, il problema non potrà essere risolto».

Della serie: volete i soldi dall’Europa?, dimostrate di spenderli bene e di non sprecarli in lottizzazioni interne.

Quel discorso fu lungo ed è possibile leggerlo tutto su “Il Popolo d’Italia” del 25 ottobre 1922. C’erano anche precisi riferimenti ad una nuova geopolitica. «Io vedo – immaginava Mussolini – la grandissima Napoli futura, la vera metropoli del Mediterraneo nostro — il Mediterraneo ai mediterranei — e la vedo insieme con Bari (che aveva sedicimila abitanti nel 1805 e ne ha centocinquantamila attualmente) e con Palermo costituire un triangolo potente di forza, di energia, di capacità…».

I governativi arrivati dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale non hanno saputo (alcuni non hanno voluto) alimentare, per esempio, la “Fiera del Levante” per essere protagonisti nei rapporti con i Paesi rivieraschi del Mediterraneo. Quel poco di “politica mediorientale”, svolta da alcuni cavalli di razza democristiani e proseguita timidamente dai primi governi di centrodestra, è stata eliminata dalla sudditanza alla Francia (omicidio Gheddafi) ed Israele (indifferenza al genocidio dei Palesfinesi da parte di Tel Aviv). E c’è pure qualcuno che parla di “sovranismo” per finire meglio schiacciato nella tenaglia israeliana, a cominciare da Matteo Salvini, tanto bravo a drenare consensi quanto ignorante in geopolitica.

Leggere certi discorsi di Benito Mussolini non è, in ogni caso, consigliabile a chi non sia in grado di fare le dovute proporzioni.

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