Coronavirus, effetti collaterali: dimenticati gli schiavi bambini

Il terrorismo diffuso dai palazzi è davvero indispensabile? Dare quotidianamente i numeri sui morti e sugli infetti assomiglia troppo ai bollettini di guerra, quando le fughe erano “ritirate strategiche” e le sconfitte “duri combattimenti”. Si assomigliano ma non sono la stessa cosa: i bollettini di settant’anni fa servivano a “calmare” le popolazioni terrorizzate da bombardamenti a tappeto, invece i comunicati letti oggi alimentano le paure della gente. La caccia all’untore è già cominciata. Probabilmente in città non si vede, ma in un paesino, dove tutti conoscono tutti, una faccia nuova scatena sospetti con relative denunce. Altro che solidarietà! Si sta sviluppando un forte rifiuto per l’altro, per l’estraneo. E figlie che non vanno a casa degli anziani genitori perché temono il contagio. Ovviamente, l’ignoranza fa il resto. Ciascuno indossa la stessa mascherina e gli stessi guanti da quando è cominciata la sarabanda. Si sentono protetti e sono invece depositi ambulanti di germi.

Essendo il sistema di comunicazione (a questo punto sarebbe un tantinello esagerato parlare di informazione) focalizzato sul coronavirus, è passata quasi sotto silenzio la vergogna mondiale dello sfruttamento del lavoro minorile, che in troppi casi è vera e propria schiavitù. L’Unicef (il fondo dell’Onu per l’infanzia) ha diffuso i dati della vergogna in occasione dell’11ma Giornata mondiale contro il lavoro minorile (16 aprile).

Si calcola che siano più di 150 milioni i bambini tra i 5 e i 14 anni costretti a lavorare: oltre 70 milioni in condizioni pericolose e circa 9 milioni ridotti in schiavitù. Le proporzioni mutano in rapporto alla geografia: nell’Africa Subsahariana, lavora un bambino su 4, in Asia 1 su 8, 1 su 10 in America Latina. Dove i bambini vanno a scuola, il numero degli sfruttati nel “doposcuola” è aumentato in alcune regioni anche del 300%.

A maggio, alla “Conferenza mondiale sulle peggiori forme di lavoro minorile” programmata all’Aja, dieci anni dopo l’entrata in vigore della Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro sulle forme peggiori di lavoro minorile, al centro ci saranno gli “invisibili”, cioè i minorenni costretti al lavoro (e peggio) ma non rilevati dalle statistiche: migranti, orfani, bambine avviate alla prostituzione.

Non è agevole costringere Paesi come il Pakistan, per esempio, a punire chi sfrutta i bambini, nemmeno è pensabile che tutti i Paesi introducano norme che vietino il lavoro minorile.

La Costituzione italiana ha l’art.37 che recita: «La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità della retribuzione».

È un articolo “buono” settant’anni fa, ma oggi è vergognoso (https://internettuale.net/1458/costituzione-cinquestelle-e-lavoro-minorile-oltre-il-compromesso-storico-del-1947) e abolirlo potrebbe essere un buon segnale per gli altri. Oggi non si tratta più di “tutelare” il minorenne. Oggi il minorenne in un Paese civile deve andare a scuola e giocare. Null’altro.

 

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