Osiri sul trono

Il mito della risurrezione. Dall’Egitto agli ebrei di Babilonia

«Benedetto Tu, Signore, che resusciti i morti». Così pregavano gli Israeliti negli anni della cattività babilonese. Sono molti i versi («Egli fa risorgere i morti con grande misericordia») nelle pagine del Talmùd che parlano della vita restituita dopo la morte. «Si può dire che come il grembo materno accoglie e fa uscire, così gli inferi accolgono e fanno uscire. (…) Da qui si trae una risposta contro coloro che sostengono che nella Toràh non è contenuta la dottrina della risurrezione dei morti». E ancora: «Va ricordata la potenza (di Dio) che fa scendere la pioggia nella benedizione che tratta della risurrezione dei morti».

Sono parole tratte da “Talmùd – Il Trattato delle Benedizioni” (Utet, 2009), il testo giuridico-narrativo tuttora fondamentale per la religione ebraica. La prima volta fu stampato nel 1520 sotto la protezione di Papa Leone X (un figlio di Lorenzo il Magnifico) più noto alle cronache come buongustaio perennemente banchettante che come protettore degli Ebrei.

Durante il periodo della schiavitù babilonese, cui furono soggetti i giudei dopo la deportazione ordinata dal re Nabucodonosor II (regnò all’incirca quarant’anni dal 604 al 562 a.C.), fu scritto anche il racconto dell’Esodo, cioè la marcia nel deserto condotta da Mosè dopo l’uscita dall’Egitto. Miti e narrazioni di grande fascino che però non reggono alla prove documentali scavate dagli archeologi negli ultimi decenni. Basti dire che nessun reperto egizio del secondo millennio coincide con il racconto biblico. Insomma l’Esodo non avvenne, come è stato sostenuto per secoli, tra il 1300 e il 1200 a.C. Molto probabilmente, non ci fu affatto. Questo è il bello della ricerca: il revisionismo. Nuovi documenti, scavi, reperti, testi a confronto… ecco come si riscrive la Storia. Senza pregiudizi e, soprattutto, senza bugie.

Comunque, gli Ebrei che misero insieme i loro testi sacri erano stati per circa quattrocento anni schiavi in terra d’Egitto. Nonostante il loro rigore autodifensivo (non si mischiavano con altri popoli) quei secoli di contatti diretti con i padroni egiziani avevano di certo aggiunto qualche elemento agli usi, costumi e riti.

Quando nel Talmùd troviamo l’attacco «contro coloro che sostengono che nella Toràh non è contenuta la dottrina della risurrezione dei morti», significa che non tutti gli Ebrei accettavano l’ipotesi-resurrezione (per esempio i Sadducei la negavano recisamente perché la Legge, la Toràh appunto, non ne parlava). E la Legge era venuta prima dello Studio, cioè il Talmùd.

Il secondo libro dei Re (scritto dopo la distruzione del Tempio ad opera di Nabucodonosor) racconta di un profeta, tale Eliseo, che si distese su un ragazzo morto, «pose la bocca sulla bocca di lui, gli occhi sugli occhi di lui, le mani nelle mani di lui e si curvò su di lui (…) il ragazzo starnutì sette volte, poi aprì gli occhi» (2 Re 4, 8-37). Questo Eliseo è poco noto, ma andrebbe studiato perché, oltre a risuscitare ragazzini morti, faceva altri miracoli, tipo riempire con un solo orcio d’olio tantissimi orci vuoti, moltiplicare pagnotte di pane, guarire lebbrosi, e via miracolando.

Ma torniamo in Egitto, dove l’anima immortale e la resurrezione sono contemplate nei testi risalenti a duemilacinquecento anni prima della nascita di Cristo.

C’è un re morto. Si chiama Osiri. A lui è diretta l’invocazione: «Destati per Horo, levati contro Seth (…) Sollevati Osiri». Le anime degli altri re defunti danzano e dicono a Osiri: «Tu sei andato, tu sei venuto, tu ti sei destato, tu ti sei addormentato: e tu sei saldo in vita» «Tu hai potere sul tuo corpoo tu che sei vivo come un vivoO anima possa tu vivere di nuovo».

Scriveva Sergio Donadoni nell’introduzione a “Testi religiosi egizi” (Utet, 1970): «Nel mito di Osiri si aggiunge lo schema del dio che soffre la passione, e che attraverso la sua passione si invera; che muore e rinasce e che con sé sa portare al rinnovamento di vita chi con lui si identifica».

Le narrazioni religiose elaborate nel corso dei millenni hanno inconfondibili tratti in comune come per l’appunto la risurrezione dei corpi con annessa immortalità dell’anima. Niente di sconvolgente, ma è meglio saperle le cose.

 

 

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