Il giovane Mussolini in una vignetta del giornale “E pestapevar” (Il pestapepe)

Benito Mussolini: il giornalismo è una missione

«Chi sta sulla piattaforma della vita politica senza inimicarsi con qualcuno, è un vigliacco o un idiota! Chi sta sulla piattaforma della vita politica dev’essere pronto a tutte le battaglie, a tutte le amarezze, a tutte le lapidazioni…». Cominciava l’anno 1911 e così scriveva il ventottenne Benito Mussolini sul giornale “La lotta di classe”. La lettura di quell’articolo sarebbe di grande aiuto a quanti di oggi siano una minoranza politica con a disposizione un piccolo giornale. Annotava infatti Mussolini: «Sorgemmo con programma di critica e questa critica noi l’abbiamo esercitata, senza veli, senza eufemismi, senza limitazioni, su noi stessi (…) Non abbiamo avuto ritegni o riguardi: abbiamo sdegnato anche il solo contatto personale coll’onorata società forlivese che pontifica nei caffè o trama nella Loggia e il nostro splendido isolamento che non conosce amicizie e quelle antiche va eliminando, ci permette di usare liberamente la nagaica fustigatrice».

La prima lezione è “non avere riguardi per nessuno” così da avere la mani libere di usare lo staffile cosacco.

Dopo un anno di vita del giornale, «i nostri nemici – avvertiva Mussolini – sono naturalmente cresciuti di numero (…) e gli odi personali che non trovano sfogo negli articoli, s’appiattano in fondo al litro degli sbevazzatori gialli che mandano per sottoscrizione le loro residuali scolature. E accanto a coloro che ci detestano, ci sono quelli che ci tollerano, ma la canea villana e impotente non turba il pulsare del nostro cuore».

Invece di sconfortarsi per il numero dei nemici, il piccolo giornale si fa più forte nella certezza di svolgere una funzione preziosa. «Dietro questo giornale – scriveva con orgoglio il giovane socialista rivoluzionario – non c’è una massa grigia, amorfa, incolore, indefinibile, inclassificabile (…) Non ci sono fra noi i benefattori. Ognuno fa il suo dovere. E se così non fosse, noi ci sentiremmo umiliati. Perché il giornalismo non è per noi un mestiere, ma una missione. Non siamo giornalisti per lo stipendio. In questo caso non ci sarebbero mancati posti migliori. Il giornale non è per noi uno straccio di carta che bisogna riempire settimanalmente con quello che capita. (…) Il giornale è una bandiera. È un’anima».

Mussolini era il solo redattore («la redazione di questo giornale si riassume nell’unica persona che scrive queste righe») e grazie a lui il giornale era continua fonte di dibattiti e confronti/scontri.

La situazione odierna è diversa perché alla carta stampata fa concorrenza un’ampia serie di strumenti, ma ieri come oggi la società è in massima parte composta di analfabeti (https://internettuale.net/280/i-compagni-e-la-scuola). Scriveva Mussolini: «Abbiamo dunque fatto un giornale perfetto? No. Noi conosciamo prima degli altri le manchevolezze dell’opera nostra. E ancora bisogna ricordare che il pubblico al quale ci dirigiamo non è composto di universitari, ma di contadini e braccianti mediocremente analfabeti».

Beato lui! In quegli anni gli universitari erano giovani di cultura. Oggi sono in gran parte presi dall’analfabetismo di ritorno.

Per quanto riguarda le polemiche, Mussolini spiegava: «A coloro che s’aduggiano per le polemiche personalistiche – inevitabili! – rispondiamo che le idee ci sono in quanto ci sono gli uomini che le creano e le sostengono. Sopprimete l’umanità e allora non avrete più idee, né battaglie attorno alle idee, né personalismi attorno agli uomini banditori d’idee».

Una riflessione in merito oggi è più che mai indispensabile farla. Ed una, forse ancora più vitale, la si dovrebbe fare a proposito di queste righe: «…abbiamo cercato di avvicinarci al modello ideale: e di tener fede soprattutto alle nostre promesse (…) se per impreveduti motivi, non fosse possibile, oh allora noi, che non pensiamo di essere o di diventare i canonici inamovibili e pensionabili delle organizzazioni politiche, saremmo i primi a gridare agli amici: Ventilate gli ambienti! Cambiate gli uomini!».

E questa è una lezione che neppure il più acceso (a parole) mussoliniano è disposto a seguire. Andarsene? Lasciare il posto ad altri? Nemmeno per idea. Anzi, di posti ne vado ad occupare anche altri. E se gli altri sono tanto bravi che provassero a togliermene uno.

Mussolini vantò coerenza: «Tornare alle origini!, fu il grido col quale chiamammo a raccolta i socialisti del Forlivese e alle origini purissime del nostro movimento siamo tornati. (…) abbiamo combattuto il bloccardismo invadente e la Massoneria — laica frateria! — artificiale incubatrice dei blocchi. (…) Dopo un anno di battaglie, questo foglio di carta che esprime materiate le nostre idee e le nostre speranze, è più vivo di prima e con garretti più solidi e con polmoni dal ritmo più ampio e con più lucida visione si appresta a camminare sulle vie del 1911».

È stato soltanto un secolo fa, ma sembra che sia trascorso un millennio da allora.

 

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