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POLITICA. 9 – L’onore di Ettore e l’escort di Annibale

Il luogo comune più diffuso riguarda il denaro. È un generale lamento: che schifo! pensano soltanto ai soldi. A lamentarsi non sono santi o filosofi oppure galantuomini di sacri princìpi. L’intera gente mostra nostalgia per i tempi nei quali c’erano i valori, e ci mettono un bel punto esclamativo. Se per caso si mostra curiosità per i citati “valori”, le risposte sono confuse e incerte. C’è chi tira in ballo la “famiglia” anche se è divorziato e/o puttaniere. Spunta il difensore della “patria”, che però s’è fatto riformare per non partire per il Kossovo. Molti chiamano in causa Dio e i princìpi cristiani, ma non vanno a messa, preferiscono lo psicoterapeuta al confessore e due o tre dei Dieci comandamenti li rispettano perché temono le conseguenze penali. Di tanto in tanto, ci si imbatte in qualcuno (maschio o femmina o transgender che sia) il quale vive secondo princìpi o una fede in cui crede profondamente. Questo qualcuno, però, non lancia accuse contro il denaro in quanto sa che fin dagli albori delle umane vicende la ricchezza, insieme con il potere, è stata la molla dello sviluppo. I simboli stessi del potere sono manifestazione di ricchezza con rubini smeraldi diamanti ori e argenti a profusione. Cosa portano i Magi a Gesù bambino se non oro e costosi incenso e mirra?

Anche nelle più remote epoche incontriamo disprezzatori del denaro e fustigatori dei corrotti. E dunque? C’è una differenza tra Catone che punta il dito contro la famiglia Scipione perché ha abbandonato gli antichi costumi romani e l’untorello ignorante che strilla oggi contro il miliardario egoista? Certamente. Ma è talmente gigantesca che non si vede per intero.

È che per millenni il bottino (la ricchezza acquisita con la guerra), il peculio (le casse riempite con risparmi, commerci, lavoro) e i tesori accumulati di padre in figlio non sono stati per quegli uomini (femmine e transgender inclusi) l’unico motivo dell’esistenza.

Omero racconta della funesta ira di Achille il quale, derubato dal suo proprio re, smette di combattere. Vista la malaparata, il re gli offre di tutto e di più purché torni in pista, ma non c’è niente da fare. Il guerriero prepara le valigie e rifiuta il ricco risarcimento. Poi succede che gli ammazzano il miglior amico, s’incazza e torna a combattere. Dopodiché, il risarcimento se lo prende ma a smuoverlo è stata la vendetta e non la bramosia di ricchezze.

A fare mente locale, si notano facilmente le tante differenze tra l’antica avidità e la contemporanea. Non che non fossero umani come noi, ma il loro mondo reale era composito mentre il nostro è a una dimensione, cioè è fisso sul soldo.

Omero racconta anche che la moglie di Ettore, il guerriero che poi sarà ucciso da Achille, piange per il triste destino che l’aspetta se resta vedova. La tapina mostra il bambino dicendo che se non vuole commuoversi per lei che almeno pensi al figlio destinato ad una miserabile vita da orfano. È una donna, moglie e madre, che lotta per la propria felicità e lui è un marito e padre che non può lasciare il posto di combattimento. Per l’onore.

Ecco il punto cruciale: l’onore. Una parola senza senso oggi. Era rimasta nel codice alla voce “delitto d’onore” facendo la fortuna di narratori, gazzettieri, registi e opinionisti a tanto al chilo. Una fine miserabile.

Roma conquistò l’impero facendo tesoro delle sconfitte subite. I disastri militari più terribili li si ricordava con giorni dedicati (dies vitiosi) in modo da non far dimenticare il disonore patito. Le sconfitte ammonivano le generazioni successive sul dovere di riacquistare l’onore perduto. In rari e lampanti casi, una sconfitta veniva attribuita al singolo comandante. Di solito era un disonore collettivo che collettivamente (patrizi e plebei insieme) doveva essere risanato. Cassibile è tutt’un’altra storia.

Roma non si arrese ad Annibale perché – dicono – a Capua il conquistatore cartaginese divenne un viveur assiduo frequentatore di balere e night club. Fu il senso dell’onore a tenere in piedi la comunità di Senato e Popolo romano e non le natiche di una escort.

Tornando al potere dei soldi, una linea di demarcazione c’è; sempre c’è un prima e c’è un dopo.

Non esiste un movimento, avvertiva Oswald Spengler, «che non agisca nell’interesse del denaro, nella direzione desiderata dal denaro e entro i limiti assegnati dal denaro senza che gli idealisti fra i capi di tali movimenti ne siano comunque consapevoli».

A parte l’ingenuità di credere che i “capi” non abbiano contezza della funzione svolta dai quattrini (Spengler usa il termine “idealisti” perché ai suoi tempi c’era anche chi agiva per un “ideale“), una nota da lui aggiunta spiegava che la lotta “sovversiva” «ha provocato un dipendere non degli imprenditori dai lavoratori ma di essi e degli stessi lavoratori dalla Borsa».

Si combattevano le ultime battaglie della Prima guerra mondiale e si tenevano i primi convegni per la pace, quando Oswald Spengler scrisse “Der Untergang des Abendlandes” (tradotto da Julius Evola magnificamente nell’italiano “Il Tramonto dell’Occidente“) e il riferimento alla Borsa, cioè all’onnipotente finanza, rivela una estensione di pensiero che soltanto un secolo dopo ha assunto i connotati dell’ovvio.

La linea di demarcazione sta qui, nella nascita dell’economia virtuale. I soldi che fanno soldi senza produrre beni o altro.

 

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