Prima / FOCUS / Documenti / POLITICA. 6 – I carbonari di Oriani e i rivoluzionari falliti
Roma, Colle Oppio, 18 ottobre 1935. Inaugurazione del monumento ad Alfredo Oriani

POLITICA. 6 – I carbonari di Oriani e i rivoluzionari falliti

Guardare alle cose che accadono conoscendo quelle che sono accadute prima aiuta a comprendere e, soprattutto, a non illudersi di essere “unici”, “originali”, “nuovi” né a sbalordire per “cose mai viste prima”. Per quanto riguarda l’alta tecnologia, e in special modo per l’informatica, è tutto nuovo. Usiamo strumenti che prima non erano stati nemmeno immaginati. Qualcuno è preso da un improvvido entusiasmo dinanzi a prodotti innovativi e confonde il progresso tecnico con il progresso in senso lato. Stiamo freschi se il progresso umano lo si verifica in quanto ieri usavamo la spada per uccidere e oggi un virus.

In Italia, l’area di destra (semplificazione utile anche se pressappochista) è attraversata da mille velleitarismi, gestita da centinaia di ducetti, okkupata da pseudofilosofi e verbosi cultori di storia patria, intessuta di lotte intestine e dispetti uterini, è insomma indebolita da una fragilità insita. È un percorso già visto e che si sa anche come va a finire: un giorno arriva un capo e le cinque dita della mano diventano un pugno.

Come sussidio ad una mini-meditazione, proporrei qualche brano pescato nelle pagine di “La lotta politica in Italia”, un saggio pubblicato nel 1892 (sì, di circa centotrent’anni fa) da Alfredo Oriani. È un autore sconosciuto ai più. Per chi ha la fortuna di passeggiare per i viali di Colle Oppio, è quasi una persona di famiglia. La sua statua giganteggia sui giardinetti di fronte al Colosseo e i bambini curiosi non mancano di chiedere: «Papà, chi è quello?». Purtroppo non sempre i papà sanno rispondere. Ebbene, Oriani (1852-1909) fu poeta, filosofo, sociologo, storico, prolifico scrittore. Morto a 57 anni, le sue opere furono raccolte in 30 volumi a cura di Benito Mussolini, il quale lo aveva arruolato tra i precursori del Fascismo (per questo Oriani è stato boicottato dall’intellighenzia campanilistica italiota).

Vengo al dunque. A proposito della carboneria, Oriani scrisse qualche paginetta che senza alcuno sforzo potremmo, mutatis mutandis, intitolare alla destra corrente.

«L’Italia, sempre da tre secoli accodata all’Europa, rabbrividisce – scriveva Oriani – al vento della rivolta, che soffia da tutte le sue sponde e discende dalle Alpi a sferzare i vapori del suo cielo sonnolento. (…) Moralmente la carboneria (società segreta rivoluzionaria; ndr) era nobile e generosa; ma intellettualmente retriva, affettava il classicismo nelle idee e nelle forme letterarie, romanticheggiava sulla tradizione italica, invanendo nel segreto teatrale delle proprie iniziazioni e nella rapida diffusione delle vendite (simili alle logge massoniche; ndr). Se la sua forza avesse corrisposto alla sua cifra, la quale raggiungeva quasi il milione, e la sua fede fosse stata profonda, avrebbe potuto, mutandosi in esercito al momento della riscossa, assicurare la rivoluzione: invece non ne fu nulla. (…) Come setta politica la sua debolezza stava nel suo stesso numero eccessivo…».

Alcune righe mi hanno fatto venire in mente un paio di fatterelli di quando ero giovane. Eccole: «I grandi maestri della carboneria congregata per avvisare ai nuovi pericoli ordinano ai carbonari e alle milizie di muovere su Napoli, e stabiliscono un comitato di salute pubblica di cinque membri col potere degli Efori spartani, eterno ricordo classico, che vigilino sui generali, sui ministri, sulla corte, su tutti. Ma siccome la polizia reagisce contro la setta arrestandone qualcuno, questa non ardisce spingersi all’insurrezione».

A conti fatti, concludeva Oriani, la carboneria «fallisce al di fuori e peggiora al di dentro».

Vale la pena di leggere anche qualche brano dedicato ai partiti.

«Poiché – annotava Oriani – tutti i partiti avevano egualmente fallato (…) la violenza delle recriminazioni politiche era adesso senza pietà (…) politici e politicanti, tribuni e di piazza e di parlamenti, si palleggiavano tremende reciproche accuse, delle quali la più comune, e quindi la meno grave, era quella di tradimento. Dai giornali la guerra saliva ai libri, scrosciava negli opuscoli, balenava in subite rivelazioni di documenti, serpeggiava nel popolo avvelenandone lo scoramento, penetrava nel segreto delle conventicole già strette per nuove cospirazioni, si effondeva in lamenti, che il pericolo delle feroci polizie rendeva ancora nobili».

E meno male che non c’erano i social a fare da ricettacolo agli umori feroci di individui inoffensivi.

Leggiamo ancora: «…la reazione forzata a diminuire di rigore per l’impossibilità di aumentarlo s’abbatteva in ostacoli insormontabili sorretti dall’inerzia dei cittadini, ed erano sdegnose ripulse di concorso in opere pubbliche, interpretazioni liberali date alle più restie circostanze, silenzi opprimenti di dispregio, invettive incriminabili per doppio senso…».

Oriani, però, fissava lo sguardo fiducioso sull’orizzonte: «L’inerzia del popolo, facilmente spiegabile cogli ultimi secoli della sua vita, era mirabilmente compensata dall’iniziativa dei pochi che riassumevano la sua coscienza. Nessuno tradiva più, mutava: non si era più veramente di alcun partito, ma italiano; l’interesse più immediato si riconosceva per il più giusto, il risultato momentaneamente più utile diventava il maggiore».

In coda, una frase che non è tanto estranea al contesto come sembrerebbe a prima vista.

«All’infallibilità democratica del suffragio universale – spiegava Oriani – il cattolicismo doveva rispondere con quella del papa: dogma contro dogma, legge storica contro legge divina, verità umana contro verità soprannaturale».

Inutile un commento.

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close