COVID-19. L’escalation del governo Conte ricorda il Vietnam

Il governo Conte ha deciso la chiusura di tutte le attività “non essenziali”. È cominciata, così, una nuova fase nella guerra contro l’influenza; ed è l’esatto opposto della guerra lampo (Blitzkrieg). Fermo restando che la pace è bella, la maniera più intelligente di fare una guerra è di impegnare subito il massimo sforzo in modo da vincere il più velocemente possibile. Se la guerra dura poco, alla fine si contano meno morti e danni minori.

Il Blitzkrieg (in tedesco la guerra lampo è maschile) è deprecato dai soliti scaldasedie perché sarebbe “spietato e crudele”. Giacché fu la Germania a fare la guerra lampo conquistando la Francia in una quarantina di giorni, la pratica del Blitzkrieg è deplorevole a prescindere, come direbbe Totò.

Conte mi ha fatto ricordare una parola di moda negli Anni Sessanta: escalation. La pronunciavano tutti bene, grazie alla televisione, ma pochi la sapevano scrivere correttamente. Chiunque comunque ne parlava esprimendo opinioni e pareri.

Questa parola, usata in economia per indicare un incremento dei prezzi, entrò nel vocabolario militare ai tempi della “Guerra di resistenza contro gli Stati Uniti” come i nordvietnamiti chiamarono l’invasione americana. Escalation acquistò il significato di aumento progressivo dell’impiego di uomini e armi. In questo modo, le teste d’uovo della stanza ovale giudicarono di poter vincere e contemporaneamente tenersi buona la pubblica opinione mostrando parsimonia nell’uso dei figli di mamma in divisa.

A non farsi ingannare dall’invio di pochi “consiglieri militari”, furono gli studenti universitari (suggeriti anche da docenti simpatizzanti con il comunista Vietnam del Nord a fronte del democratico governo sudvietnamita corrotto fin nel midollo). Nei campus scoppiò la rivolta. Le dure reazioni di alcuni governatori inferocirono di più i giovani americani. Cominciava così il “mitico” (la mitizzazione è, nel bene e nel male, uno strumento in mano ad abili manipolatori) Sessantotto; ma questo è un altro discorso. Torniamo all’escalation. In breve (ovviamente cifre e date le prendo dai libri, la mia memoria è quasi pari a zero): a luglio del 1964 i “consiglieri miliari” americani nel Vietnam del Sud erano 21 mila, a marzo dell’anno dopo i “consiglieri” erano 25 mila e arrivarono i primi 3.500 marines. A luglio del 1965, arrivarono 4 mila paracadutisti. Un invio dietro l’altro e alla fine del 1966 in Vietnam c’erano 385 mila americani. Non è finita. Nel 1969, era impegnato nella guerra più di mezzo milione di soldati americani. Com’è noto, poi cadde Saigon, la guerra finì con la sconfitta politico-militare degli Usa.

Sette anni di guerra che provarono come un gigante possa essere sconfitto se applica l’escalation invece che il blitzkrieg.

Sin dall’inizio il governo Conte ha malamente affrontato l’epidemia di influenza. Ha sottovaluto la “forza nemica” in campo, maldistribuito le risorse presenti e non ha pensato a procurarsene di più in futuro. L’avvocato Giuseppe Conte è stato abile a dare di sé l’immagine di un “amico del popolo” e a sfruttare l’epidemia per farsi slegare le mani dalla Ue e poter spendere una montagna di quattrini per acquisire benemerenze scontabili in prossimi consensi elettorali. L’Italia ha fatto scuola. Tutti i Paesi europei (Germania esclusa perché bloccata dal fantasma dell’inflazione) non vedevano l’ora di violare i limiti dell’ormai famigerato “patto di stabilità” e mettere più soldi in bilancio nella colonna delle spese.

L’escalation ha una volta ancora dimostrato quanto sia deleteria. “Il medico pietoso fa la piaga verminosa”, dicevano i nonni quando inondavano di alcool la sbucciatura sul ginocchio ignorando pianto e urla del ragazzino.

Oggi, la parola più diffusa in Italia è “coronavirus”. Molti ne parlano, ma la maggioranza ne straparla. Le fesserie e il terrorismo che circolano non soltanto sui social dimostrano che le masse sono sempre uguali a sé stesse. Si potrebbe anche ammettere (con largo beneficio d’inventario) che i singoli in genere siano oggi più maturi, ma è innegabile che, quando sono in gruppo, quando fanno massa, sono come un toro che muggisce e scalpita dinanzi alla muleta agitata dal torero.

Non sappiamo ancora quanti sono in realtà i morti di Covid-19. Gli esperti non dicono mai “morto di coronavirus”, bensì morto “con” coronavirus. Staremo a vedere. Qualunque sia, però, la reale incidenza di questa “nuova” influenza, sta di fatto che le misure prese una dopo l’altra avrebbero subito sortito una risolutiva efficacia se adottate in un solo momento.

Arriverà presto il giorno in cui archivieremo la parola coronavirus. È il destino delle parole di moda. Chi ricorda più l’unità di misura delle radiazioni nucleari, il becquerel?? Ai tempi del disastro della centrale nucleare di Chernobyl, la gente parlava e straparlava dei becquerel sull’insalata. La “memoria di massa” funziona in informatica non per le folle.

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close