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POLITICA. 5 – Dal mercato degli schiavi a quello del voto

La democrazia non si trova nel mondo dei fatti. Non è una questione dell’oggi. Da quando la parola è stata coniata, e da quando sono stati inventati strumenti per la sua applicazione, non c’è stato un solo caso nel quale essa si sia liberata della sua naturale non-esistenza. Il voto, giudicato espressione massima della democrazia, è stato il primo strumento ad essere comprato e venduto. Le cronache dell’antica Atene, nota come la patria della democrazia, raccontano di votazioni mercanteggiate e di corruzioni politiche. «Il denaro fa l’uomo»: scriveva Alceo duemilasettecento anni fa circa. Nessuno rispetta il povero, lamentava questo poeta greco denunciando il “materialismo” dei suoi tempi (nel VII secolo a.C.! e che dovremmo dire oggi?). Il denaro era indispensabile per avere il consenso necessario. Che il candidato fosse un bravo cittadino oppure un farabutto raramente faceva la differenza: a contare era l’oro.

Otto secoli dopo Alceo, il romano Cicerone denuncia la corruzione diffusa nella politica. Noi sappiamo che anche il grande oratore non aveva, per così dire, le mani pulite. In effetti il manipulitismo è una facciata che consente ad una parte politica di sconfiggere l’altra parte innalzando bandiere posticce. Se l’oro costruiva le carriere politiche nei tempi antichi, è ipocrita negarlo per l’oggi.

Sopravvive ancora qualcuno che fa il porta a porta per comprare voti. Ma sono pratiche superate. A Roma, i candidati (che dalla loro bianca veste si ritenevano puri) si aggiravano nel Foro chiedendo voti in cambio di favori. Nessuno si scandalizzava: era una pratica accettata da tutti. Leggere le testimonianze di quei tempi è una vera goduria. Negli anni intorno alla fine del primo secolo a.C. le popolazioni italiche si ribellarono a Roma: volevano i diritti politici riconosciuti ai cittadini romani. Le legioni vinsero, ma il Senato capì che quella vittoria era temporanea. Furono, perciò, riconosciuti agli Italici i diritti pretesi. Anche qui Cicerone, a distanza di pochi anni dalla fine dei massacri, degli incendi e delle deportazioni, denuncia che a Roma per le votazioni erano arrivate 5 italici per ogni tribù e questi cinque avevano venduto il loro voto. Tutto quel sangue versato per anni e alla fine i diritti diventano merce di scambio per poche persone.

Dove spunta l’eguaglianza (altro cardine della democrazia) in una società nella quale si fa commercio di voti? Nel fatto che possa parteciparvi chiunque ne abbia i mezzi. Democrazia, dunque, è sinonimo di plutocrazia (brutta parola retrò, ma tant’è). Chi ha soldi, il plutocrate appunto, entra in partita. Una ristretta cerchia di persone decide i destini politici della comunità perché ha i soldi per sedersi al tavolo. La parità non è fra un Crasso ed un Tizio qualsiasi, ma fra un Crasso e un Pompeo, cioè fra plutocrati in grado di acquistare consenso (e di pagare le legioni).

L’uguaglianza fra gli uomini, che per esempio un Catone riconosceva, non era d’ostacolo alla pratica della schiavitù. Lo schiavo è un essere umano come me – diceva il maître à penser dell’epoca – ma io sono il suo padrone.

Si potrebbe obiettare che sono fatti di tanti secoli fa e che nella nostra società le persone non vendono il proprio voto e non tengono in schiavitù loro simili. Oggi, dunque, la democrazia ci sarebbe per davvero e non ci sarebbero più schiavi. Non andiamo lontano e restiamo in Italia.

Il primo dato reale è che molti non hanno schiavi perché non se li possono permettere, ma chiunque, appena può, si procura una tuttofare a pochi euro. Perfino persone che potrebbero permettersi di avere personale di servizio con regolare assunzione scelgono di “risparmiare”. Basta fare un giro nelle campagne per vedere frotte di negri e di bianchi (albanesi, rumeni etc.) curvi a raccogliere pomodori e carciofi, fave e broccoli, oppure arrampicati a staccare limoni, aranci e mandarini. I loro padroni conoscono mille modi per sfruttarli al massimo pagando il minimo. Parliamo di minoranze, è vero. La maggioranza non schiavizza nessuno. Perché è composta di brave persone? Può darsi che qualche santo ci sia, ma i più non sfruttano loro simili perché non ne hanno i mezzi né l’opportunità.

E la democrazia? Su questo tema c’è poco da dire (https://internettuale.net/3726/politica-4-la-democrazia-esiste-soltanto-in-teoria). Il voto di scambio, non è la prassi abituale; è l’eccezione e infatti viene punita. I cittadini – si ripete a gran voce – votano seguendo personali convincimenti.

Ne siamo sicuri? Ho scavalcato i 70 da quel dì e posso dire che di persone con personali convincimenti ne ho incontrate pochissime. In realtà, uno è convinto di ragionare con la propria testa senza rendersi conto che è stato persuaso da qualcun altro. È come per la pubblicità: è difficile che qualcuno riconosca di aver fatto quell’acquisto spinto dalla pubblicità vista in tv. Tutt’al più ti dice che l’ha provato e che è veramente come dice la pubblicità.

Torniamo alla situazione della partecipazione democratica dei plutocrati Pompeo e Crasso. La differenza è che oggi a smuovere soldi c’è più gente. Il voto dato da un cittadino è stato “comprato” da un’efficace campagna elettorale. Giornali, televisioni, radio… dietro tutti i media operanti ci sono quattrini. Nemmeno una piattaforma per sfigati si può gestire senza soldi.

Essendo numerosi i plutocrati in grado di finanziare campagne a favore di questo e di quello, il cittadino può scegliere fra le varie offerte come fa al supermercato e perciò la democrazia è salva.

La libertà del cittadino – altro elemento da considerare – è generalmente senza radici. Ciascuna testa si sente libera; è costretta a riconosce che non lo è soltanto di fronte al denaro. Ci si può sentire all’altezza del divo o della diva, del filosofo o dello scienziato, si può essere intimamente convinti di non avere limiti… dopodiché è sufficiente un desiderio, che non si può soddisfare senza soldi, per gettare nello sconforto questo presuntuoso libero cittadino.

C’è un confine che pochi riescono a cancellare ed è la linea che separa il mondo delle idee e la realtà dei fatti. «Il mio regno non è di questa terra»: diceva il Nazareno e aveva ragione. Su questa terra il regno è del denaro. Hai voglia a cantare che “non è l’oro ma il ferro a far la Storia»: se non hai i quattrini per comprare il ferro e pagare chi forgia la spada, puoi cantare quanto ti pare con il solo risultato di perdere voce e tempo.

Quando qualcuno riesce a trovare i soldi per far trionfare la propria idea, resta ancora parecchio da fare. Ciò che differenzia le idee l’una dall’altra non è la loro verità o falsità, bensì la loro efficacia.

E qui mi fermo. L’esperienza mi ha insegnato che i pezzi lunghi non li legge nessuno. Alla prossima puntata.

 

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