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Il bambino: «Papà, mi piacerebbe una carriera nel crimine organizzato». Il papà: «Nella pubblica amministrazione o nel settore privato?»

CONVID-19. Le proroghe per il business. Comincia la scuola

Il decreto governativo, da quel furbacchione di Conte battezzato #CuraItalia (il cancelletto la dice lunga sugli obiettivi elettorali del presidente del Consiglio pro tempore), è una miniera d’oro con filoni grandi e piccoli. I garimpeiros di casa nostra si sono scatenati. A dir la verità, avendo essi produttivi collegamenti a Palazzo Chigi, avevano oliato gli strumenti prima che le pepite le vedessero tutti. È la solita storia e non c’è granché da scandalizzarsi. Perfino i nativi australiani sanno che in Italia i soldi pubblici sono sempre stati un tesoro saccheggiato da vecchi e nuovi amici degli amici. Le aziende e gli imprenditori che lucreranno alla grande saranno quelli abilmente pilotati dai complici che siedono ai tavoli del Palazzo. Essi soli saranno stati in grado di scivolare tra i mille burocratismi dei dispositivi che invece bloccheranno gli altri in mezzo a guadi melmosi. I “premiati” saranno anche i riconoscenti stakeholder dei nuovi potenti con le chiavi della miniera.

Non dura minga, dirà il solito ingenuo fedele teleutente dai tempi di Carosello. Se quell’impagabile semplicione frequentatore di social leggesse il decreto, scoprirebbe che contiene solide basi per il futuro.

Le prime avvisaglie ce le fornisce il proponimento governativo di prorogare la chiusura delle scuole oltre la data fissata del 3 aprile. «Riapriremo le scuole solo quando avremo la certezza di assoluta sicurezza»: ha detto Lucia Azzolina, miracolata all’Istruzione dalle dimissioni di Lorenzo Fioramonti. In realtà la frase va letta così: fino a quando non avremo distribuito tutti i quattrini e assunto fino all’ultimo “facilitatore”.

Chi potrà mai accusare i governativi di essere dei cinici insensibili nel momento i cui essi si mostrano tanto sensibili nei confronti dei nostri figli e nipoti?

Le leggi “eccezionali” hanno una qualità al di là del fatto se siano emesse da parlamenti, da re o da dittatori: acquistano tassi crescenti di “normalità” ad ogni proroga. Il coprifuoco impostoci, che già somiglia agli arresti domiciliari, potrà divenire liberticida al massimo perché la gente si è già rassegnata. È per il tuo bene: la classica frase del frivolo genitore quando mette il figlio in collegio.

Dopo la proroga della serrata scolastica, ne avremo molte altre. E il decreto ce le anticipa. Del testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, prendiamo qui qualche frase. C’è un capitoletto che riguarda la requisizione degli immobili nell’ambito della lotta all’influenza. Leggiamo: «La requisizione degli immobili può protrarsi fino al 31 luglio 2020, ovvero fino al termine al quale sia stata ulteriormente prorogata la durata dello stato di emergenza…». Chiaro? Qui il 3 aprile è bello che scavalcato. Siamo già al 31 luglio. Saremo tutti separati in casa fino alla fine di luglio? È possibile. A quel punto, gli italiani (discendenti immeritevoli dei combattenti di Barletta e del Carso, di El-Alamein e di Lussino) si saranno adattati alla detenzione. I giovani già ci sguazzano: finalmente possono digitare sui device senza essere rimproverati dalla mamma incollata a vedersi la fiction del cuore o dal paparino avvinto dalla sexi presentatrice sportiva. Per i vecchi, nessun problema: abituati a stare in poltrona tutto il giorno, per loro è cambiato poco.

E quelli che ancora lavorano? Vedrete che resteranno in pochissimi e tutti ben pagati. Il bello dell’emergenza è che quegli avvoltoi della Ue non ci possono più impedire di spendere quattrini a palate. Bengodi a gogò.

Altro segnale che il 3 aprile è fittizio? Leggiamo sul decreto: «Allo scopo di sostenere la continuità, in sicurezza, dei processi produttivi delle imprese, a seguito dell’emergenza sanitaria coronavirus, l’Inail provvede entro il 30 aprile 2020 a trasferire ad Invitalia l’importo di 50 milioni di euro da erogare alle imprese per l’acquisto di dispositivi ed altri strumenti di protezione individuale…». Le mascherine – perché di questo si tratta – sono diventate un business paragonabile agli scavi di Pompei, il sito che in un anno sfiora un incasso di 40 milioni.

Se andiamo a leggere i capitoli riservati all’edilizia, cadono gli ultimi veli: il filone d’oro acceca. La trivella che consente l’estrazione è la locuzione “in deroga”. «Le opere edilizie strettamente necessarie a rendere le strutture idonee all’accoglienza e alla assistenza – dice il decreto – possono essere eseguite in deroga alle disposizioni delle leggi regionali, dei piani regolatori e dei regolamenti edilizi locali…». Evviva! Senza vincoli, soldi a palate. Siamo cattivi? Riflettete: pur se “in deroga”, i progetti e i cantieri hanno bisogno di tempo. Ci saranno costruzioni in corso anche l’anno prossimo. Nessuna opera servirà agli influenzati di oggi. Questo sia chiaro. Nessuna disposizione – dall’arruolamento “in deroga” nell’Esercito agli incrementi della produzione di disinfettanti – serve a combattere l’emergenza.

Nonostante commissari e deroghe, il taglio delle torte e la spartizione di fette fettone e fettine richiedono tempo. L’influenza, invece, ha i giorni contati. E non per la clausura. Le epidemie d’influenza hanno i loro tempi, più o meno lunghi, più o meno letali. Qualsivoglia virologo lo sa.

 

 

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