Benito Mussolini: in troppi guardano e aspettano

«Prepariamoci e prepariamo»: così Benito Mussolini nell’agosto del 1902 dalle colonne di “La Giustizia” e “L’Avvenire del Lavoratore” invitava il popolo a stare attento ai tempi.

«La nostra attesa – spiegava il diciannovenne rivoluzionario – non è imbecille come quella dell’orientale perennemente ginocchioni davanti al suo dio, ma è l’attesa di chi prepara pazientemente le forze che gli occorrono per isgominare il nemico».

A gravare sulle spalle dei lavoratori era un complesso di leggi e strumenti oppressivi che non erano sbocciati a caso come funghi dopo un acquazzone, ma costutuivano «…un sistema che ha  profonde radici poiché è l’ultimo portato della storia» – avvertiva Mussolini – e che «non può essere distrutto dal lavoro di pochi anni».  E aggiungeva: «Voi potete, con una mina di dinamite, far saltare in dieci minuti un conglomerato roccioso, sia pure esso giacente da secoli; ma per far saltare un conglomerato di istituzioni, esponente di un avvenuto orientamento dello spirito umano verso dati princìpi — siano pure essi falsi — occorre una reazione che equivalga almeno in potenzialità, se non in durata, al tempo occorso per giungere a quello stadio di civiltà che si riconosce infeconda di bene sociale».

Un monito che vale ancora di più in tempi nei quali le coscienze sono addormentate ed i soli svegli sono quelli che ingrassano sulle spalle della comunità. Scriveva il giovane Mussolini: «I lavoratori, dunque, non s’illudano. Prima di avventurarsi a lotte che, portando alla sconfitta, sfiduciano non solo coloro che hanno dovuto cedere, ma altresì anche gli altri che stanno attendendo l’esito del combattimento, per trarne essi stessi un consiglio, prima di esporsi al cimento, misurino gli operai tutta la portata delle proprie deliberazioni».

Non bisogna mai dimenticare che non tutti sono pronti a lottare, e Mussolini sottolineava: «L’attesa è la virtù dei forti».

«… il guaio – continuava – è che un movimento disperato e condannato fin da principio allontana il momento della vittoria…». E questo il meno. La conseguenza più disastrosa è che una sconfitta spinge lontano (a rifugiarsi nel privato, come si dice oggi) sia coloro che sono in lotta sia «quelli che (e sono molti) prima di decidersi, si fermano e guardano quello che fanno gli altri». La solita storia dell’arrembaggio al carro del vincitore: vediamo come va a finire e poi scelgo a mio comodo. Il dato di fatto attuale è che quasi tutti s’arrangiano per sopravvivere, fra questi sono pochi quelli in attesa di vedere cosa combinano gli altri e questi, a loro volta, sono pochissimi nonché divisi da posticce contrapposizioni. Il nemico esterno ha dunque due alleati interni: l’apparente furberia degli incerti e il sostegno indiretto (sfortunatamente qualche volta perfino diretto) dei “rivoluzionari” indeboliti da miserabili ducettismi e squallide rivendicazioni di supposta legittimità ereditaria. A non parlare della tragedia delle tragedie: l’ignoranza diffusa che, come il gigante Anteo il quale si rafforzava ogni volta che Ercole lo scaraventava a terra, cresce e s’irrobustisce ad ogni clic sui social.

 

 

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