AUTOTRASPORTO: dare più libertà agli autisti ed ai confini

È arrivato il decreto-legge anti-influenza con le misure di potenziamento del servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese. L’emergenza Covid-19 ha messo sotto schiaffo l’intero comparto dei trasporti ma nel decreto governativo è arduo individuare le “voci” appositamente finanziate. A chi piace la caccia al tesoro, consigliamo di leggere l’intero documento. Qui abbiamo già parlato del settore marittimo (https://internettuale.net/3715/assarmatori-linfluenza-sta-uccidendo-i-trasporti-marittimi ), ma su strada le cose non vanno meglio. Unatras (l’associazione che comprende Assotir, Confartigianato Trasporti, Fai-Conftrasporto, Fiap, Fita Cna, Sna Casartigiani e Unitai) ha chiesto una deroga ai tempi di guida e di riposo degli autisti. La situazione di emergenza allunga i tempi di carico e scarico delle merci; infatti, per rispettare le norme dettate dal governo, ai mezzi ed agli autisti vengono imposti forzati tempi di riposo, che sommati a quelli già previsti dalla legge penalizzano l’intero comparto.

Il governo dell’ineffabile Conte ha già sospeso i divieti di circolazione domenicale, ma questo dice l’Unatras, non basta. Serve anche maggiore libertà per gli autisti «costretti obbligatoriamente a scendere dal camion e sostare, magari in aree di servizio che rischiano di diventare esse stesse una sorta di campi di quarantena obbligatoria». Se Spagna, Danimarca e Belgio hanno sospeso le ferree regole relative ai tempi di guida e di riposo, non si vede perché non lo possa fare anche l’Italia.

Intanto, un piccolo passo è stato fatto a livello governativo verso la Slovenia affinché cancelli i blocchi al confine in modo da ripristinare il regolare flusso delle merci italiane verso i mercati dell’Europa centro-orientale e balcanica.

Non va dimenticato che l’autotrasporto è ora diventato essenziale per il rifornimento delle derrate alimentari. Meglio fare tutto il possibile per non provocarne la protesta.

L’Associazione nazionale filiera industria automobilistica (Anfia) che, in pratica, parla per nome e per conto della Fiat, pardon, Fca  (Fiat Chrysler automobiles), potrebbe esaminare la possibilità di chiudere gli impianti se lo facessero anche Germania e Francia, principali concorrenti. Per fare le cose a modo, la decisione di chiudere per 15 giorni dovrebbe essere presa a livello Ue per tutti i Paesi membri.

«E’ evidente – hanno spiegato i responsabili Anfia – che, in un settore globalizzato come il nostro, essendo le catene del valore complesse e profondamente interconnesse, un fermo produttivo regionale o nazionale implicherebbe l’immediata perdita di commesse e clienti all’estero, con conseguenze devastanti sull’economia italiana, di cui l’automotive è un comparto trainante, e, in questa congiuntura, molto vulnerabile».

La paralisi imposta ha già dei costi insopportabili per l’economia italiana. Costi che saranno pagati dai lavoratori e dal pubblico erario. Il che significa che i lavoratori pagheranno due volte.

 

 

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