Giuseppe Conte: il destino di una elastica testa di legno

Riuscirà il presidente del Consiglio pro tempore Giuseppe Conte a monetizzare in termini elettorali il consenso che con tanta solerzia si va guadagnando giorno per giorno? Troverà il modo di far sentire in debito quanti avrà protetto dalla terribile influenza? Non è facile incassare la riconoscenza dei votanti. Le ultime consultazioni hanno visto i poveri pentastellati non ottenere nemmeno i voti dei loro beneficati con il cosiddetto reddito di cittadinanza. È complicato avere che fare con genti capricciose e volubili. Ciò che le fa infuriare oggi può diventar loro indifferente domani. I cittadini di quest’Italia ondivaga e traballante conducono esistenze ondeggianti sull’effimero. E sul provvisorio. Ciascuno si arrabatta per assicurarsi una fettina di felicità. Poco importa se è a discapito del dirimpettaio. La massa è fatta di vecchi educati al cinismo da decenni di fregature sofferte a causa di politicastri gonfi di promesse e sterili di risultati (per gli altri ma fecondi per sé). I giovani, con poche eccezioni, vagano da un social all’altro alla ricerca del colpo di fortuna.

La paura del domani lega tutti disperatamente all’oggi.

Conte sembra avere buone possibilità di costruirsi una carriera politica. Le numerose fazioni (e/o camarille) che sostengono il suo governo non si sbranano perché sanno che, al momento, questo avvocato dai molteplici incarichi è l’unico su piazza in grado di confinare il tracimante Matteo Salvini. Non avendo una propria base elettorale, è una comoda testa di legno mentre i candidati a succedergli manovrano sott’acqua increspando a malapena la superficie. Testa di legno, sì, ma elastica quanto basta a passare da un cavallo all’altro.

I presidenti del Consiglio privi di capaci casseforti elettorali vivono brevi stagioni. Adulati dagli immancabili lecchini e corteggiati dai media, si convincono di essere “uomini della Provvidenza” insradicabili dalla poltrona occupata in forza di superiori e provvidi destini. Dove sono finiti Lamberto Dini, Mario Monti, Enrico Letta? I più furbi trovano il modo di riciclarsi, come ha fatto per esempio Paolo Gentiloni. Okkupare Palazzo Chigi è terribilmente esaltante. Per la verità, essendo l’Italia una colonia, si ha più che altro l’illusione del potere vero; stare però al centro di una corte principesca osannante e disponibile per qualsivoglia capriccio riempie d’orgoglio i piccoli uomini messi inopinatamente sul trono presidenziale.

Quando i Cinquestelle avevano la maggioranza del consenso elettorale, Giuseppe Conte non poteva sentirsi al sicuro come loro candidato-premier. Adesso che il consenso è precipitato, lui rappresenta l’unica chance di risalita, ma gli converrà accettare la candidatura? Potrebbe essere preferibile la messa in campo di una “nuova” formazione. Presentandosi come uomo equilibrato e, soprattutto, indipendente, Conte s’infilerebbe al tavolo della roulette elettorale come un fidato croupier deciso a fare banco come giocatore.

I miliardi di euro che saranno distribuiti senza doverne rendere conto alla Ue apriranno, secondo le teste d’uovo contiane, porte che oggi si aprono soltanto quando bussa Salvini. Sarà così? Cambieranno bandiera artigiani e piccoli imprenditori bagnati dalla governativa pioggia di euro? Non si tratta di fedeltà, tradimento e altre amenità strombazzate dai moralisteggianti a quattro soldi al bidone; si tratta del tempo. Soltanto del tempo. Ciò che pare oggi spaventoso (regioni isolate, ospedali affollati, morti e infettati…) è destinato a sfumare. Nell’immaginario collettivo entreranno di prepotenza altre “emergenze”. Perciò qui si parrà l’abilitade contiana: vedremo se riuscirà o meno a spendere la dote al momento giusto.

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