Le bombe pacifiste

Benito Mussolini: ipocriti, il vostro umanitarismo ci fa schifo

Viviamo in tempi di grande ipocrisia. Una ipocrisia che si fa manifesta quando si straparla di pace nel mondo mentre le armi dei paesi “pacifici” (Italia tra i primi) alimentano dappertutto guerre e guerriglie. Quarant’anni fa, il settimanale “Panorama” pubblicò l’elenco delle guerre fatte in trent’anni di pace: ne contò 150! Se aggiungiamo quelle scoppiate nel frattempo, a cominciare dalla guerra tra l’Argentina e la Gran Bretagna del 1982, a quante arriviamo? Ciononostante, tra una vendita di elicotteri da combattimento e mine anti-uomo, i politicanti di casa nostra si riempiono la bocca con parole di pace. Fanno i buonisti (con qualche eccezione) mentre la nostra industria degli armamenti fa buoni affari.

Il 20 settembre del 1920, Benito Mussolini, in un discorso a Trieste, fece una sorta di riassunto delle linee programmatiche del Fascismo. Qui di seguito, ne riporto soltanto i brani relativi alle quotidiane ipocrisie riccorenti. Cominciamo dai rapporti di forza che sono negati a vantaggio del cosiddetto “confronto”.

«La lotta – disse cent’anni fa Mussolini – è l’origine di tutte le cose perché la vita è tutta piena di contrasti: c’è l’amore e l’odio, il bianco e il nero, il giorno e la notte, il bene e il male e finché questi contrasti non si assommano in equilibrio, la lotta sarà sempre nel fondo della natura umana, come suprema fatalità. E del resto e bene che sia così. Oggi può essere la lotta di guerra economica, di idee, ma il giorno in cui più non si lottasse, sarebbe giorno di malinconia, di fine, di rovina». Aggiunse anche che vedeva lontano il giorno in cui «i popoli si abbandoneranno ad un sogno cristiano di fratellanza universale e potranno stendersi la mano oltre gli oceani e le montagne».

«Io, per mio conto, – concludeva – non credo troppo a questi ideali, ma non li escludo perché io non escludo niente: tutto è possibile, anche l’impossibile e l’assurdo. Questi ideali sono rispettabili, ma sono ancora molto lontani dalla realtà».

«La guerra – sottolineava Mussolini –  è cosa orribile. Lo sanno coloro che l’han fatta. Ma allora bisogna spiegarsi: o la guerra in sé e per sé, fatta per qualsiasi ragione, sotto qualsiasi latitudine, per qualsiasi pretesto, non deve farsi e allora io rispetto questi umanitari, questi tolstoiani se dicono: io abborro dal sangue per qualsiasi ragione sia versato. Li rispetto e li ammiro, sebbene trovi ciò leggermente inattuabile». Però, continuava, ci sono quelli che guardano soddisfatti alle guerre che fa la Russia.

«Ma allora – chiedeva Mussolini ai Triestini – la guerra non è la stessa cosa. La guerra russa non fa vedove, non fa orfani? Non è fatta con cannoni, aeroplani, e tutte le armi infine che straziano e uccidono corpi umani? O voi, dunque, siete contrari a tutte le guerre, e allora noi potremo discutere insieme, ma se voi fate distinzione fra guerra e guerra, guerra che si può fare e guerra che non si può fare, allora noi vi diciamo che il vostro umanitarismo ci fa schifo».

Se la vita è lotta, «la parola combattimento – annotava Mussolini – non lascia dubbi di sorta. Combattere con armi pacifiche, ma anche con armi guerriere. Del resto tutto ciò è normale in Italia perché tutto il mondo si arma e quindi è assolutamente necessario che noi che siamo italiani, ci armiamo a nostra volta». Per chiarezza, spiegava: «Noi rivendichiamo l’onore di essere italiani, perché nella nostra penisola, meravigliosa e adorabile – adorabile benché ci siano degli abitatori non sempre adorabili – s’è svolta la storia più prodigiosa e meravigliosa del genere umano».

E precisava: «Siamo orgogliosi di essere italiani, non già per un criterio di gretto esclusivismo. Lo spirito moderno ha il timpano auricolare teso verso la bellezza e la verità. Non si può pensare un uomo moderno che non abbia letto Cervantes, Shakespeare, Goethe, che non abbia letto Tolstoi. Ma tutto questo non deve farci dimenticare che noi abbiamo tenuto il primato, che noi eravamo grandi quando gli altri non erano ancora nati… non si può assolutamente pensare alla civiltà umana senza il contributo formidabile recatovi dal pensiero italiano. E questo bisogna ripetere qui dove stanno, ai nostri confini, tribù più o meno abbaianti lingue incomprensibili e che pretenderebbero, soltanto perché sono in tanti, di sopprimere e soppiantare questa nostra meravigliosa civiltà che ha resistito due millenni e si prepara a resistere il terzo».

A proposito della crisi che aveva colpito l’Italia cent’anni fa, Mussolini rassicurava «non importa, si risolverà, io ho fiducia illimitata nell’avvenire della nazione italiana». Anche per le crisi fuori d’Italia, Mussolini era ottimista: «Le crisi si succederanno alle crisi, ci saranno pause e parentesi, ma andremo all’assestamento e non si potrà pensare a una storia di domani senza la partecipazione italiana».

Il discorso di Trieste presenta tuttora parecchi spunti di riflessione. Per “contestualizzarlo”, va detto che, in quel 1920, un lunedì, era il 24 maggio, a Milano nel “II Congresso dei Fasci di combattimento”, furono approvati i Postulati del programma fascista, nei quali scomparve il radicalismo che aveva caratterizzato il programma del giugno 1919.

Il 5 luglio, si svolse la conferenza di Spa (Gran Bretagna, Francia, Italia, Belgio, Giappone, Polonia e Germania). Sul tavolo: le riparazioni di guerra, il disarmo, il Medio Oriente, la guerra russo-polacca. Di lì a qualche mese, un brutto venerdì (24 dicembre) le truppe italiane attaccarono Fiume al comando del generale Enrico Caviglia. Gli scontri tra l’esercito e i legionari dannunziani proseguirono per quattro giorni. Per porre fine al massacro, Gabriele d’Annunzio cedette i suoi poteri al Consiglio nazionale di Fiume. E con il “Natale di sangue” si chiuse il 1920.

 

 

 

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