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POLITICA. 3 – La cultura dominante crea le minoranze

I criteri di giudizio che utilizziamo sono influenzati dalla cultura dominante. A volte è un bene. Altre volte è una fregatura. La vista di una locomotiva sbuffante con il suo bel pennacchio di fumo era entusiasmante per tutti. Significava il progresso. La forza del vapore prendeva il posto dei muscoli di uomini e bestie. Il treno assicurava spostamenti comodi e veloci. Dove arrivava la ferrovia lievitava il benessere. Gli Stati Uniti d’America decollarono come potenza quando la ferrovia collegò le sponde dell’Atlantico a quelle del Pacifico. Il carbone e poi il petrolio alimentavano la fiamma della crescita industriale. Le ciminiere delle fabbriche si stagliavano sull’orizzonte della ricchezza per i più agguerriti self-made man e lavoro per tutti gli altri.

I nonni indicavano al nipotino la potente locomotiva per fargli vedere il progresso. Oggi i nipotini indicano al nonno lo schifo di fumi puzzolenti carichi di polveri sottili. Il modo di vedere è cambiato. Nella corsa al ribasso, c’è perfino chi sostiene la “felice decrescita”. C’è la gara a chi la spara più grossa contro l’uomo che aggredisce la natura. Un iceberg, una frana, uno straripamento… è la Natura (divinità e perciò con la enne maiuscola) che si ribella e punisce l’avidità (e/o la stupidità) umana.

L’ottica ecologista ha cambiato i criteri di valutazione. Portata agli estremi combina più guasti di un miliardo di locomotive a vapore, ma è quella dominante. Ciò non significa che non la si possa depotenziare nella carica talebana. L’amore per la Natura (la maiuscola è necessaria anche per chi non la veda come una dea terribile e vendicativa) dovrebbe essere la guida, dovrebbe tracciare la corretta via, il giusto comportamento umano. Invece quell’amore stenta a farsi sentire in un coro di terrorismo culturale e di allarmi apocalittici. La gran parte delle persone ha paura. Ha il terrore dello smog, dei poli che si sciolgono, dell’effetto serra. Fanno grandi affari i produttori di creme che proteggono la pelle dai raggi solari portatori di cancri mortali. Si moltiplicano le associazioni per la difesa dalla plastica e dagli imballaggi inquinanti. Tutti stanno attenti a non inquinare per paura di morire e non per amore verso la Natura.

La cultura dominante determina giudizi e valutazioni. La dieta mediterranea non contempla cani in umido, serpenti con bacche al forno e locuste arrostite. Ci fa schifo soltanto a pensarci. Ma cos’è che ci fa vomitare? Un serpente in salmì ha un sapore gustoso; se non lo mangiamo è perché non sta nel menù della nostra cultura enogastronomica. Non è il sapore del nido di rondine, dunque, che offende il palato. Il fatto è che i nostri gusti sono educati diversamente da quelli di un vietnamita goloso di larve, topi e scorpioni. Non si tratta del cibo in sé, ma della nostra cultura del cibo.

Gli esempi più evidenti delle trasformazioni imposte dalla cultura dominante ce li offrono le parole. Il sordo è un audioleso, il cieco un non vedente, un menomato psichico o fisico è un disabile… per secoli a teatro gli spettatori hanno riso della balbuzie, della gobba, dell’andatura zoppicante e dei mille guasti dei quali l’uomo soffre. Poi una rinnovata sensibilità ha dato l’alt. Oggi non si sfotte più il balbettante Pietro De Vico steso sul tavolo operatorio alla mercé di Totò chirurgo oppure il pugile sbruffone Vittorio Gassman; per far ridere si sparano maleparole e volgarità d’ogni genere. L’educazione al linguaggio soft è preziosa per eliminare lo scherno offensivo e maligno, ma non sempre è un segno di maturità consapevole. Prendiamo la parola negro (aggettivo e sostantivo). In italiano non ha nessuna carica offensiva. Tra i nordamericani il corrispettivo nigger è “an extremely offensive word for a black person”; la piaggeria e il servilismo degli italici maître à penser ha messo all’indice la parola negro. Anche noi italiani dobbiamo dire “di colore” o “nero”. Tex Willer, che nei fumetti della mia età adolescenziale (e anche della mia vecchiaia) chiamava negri i negri, oggi dice “nero”. La mutazione nel linguaggio non è purtroppo il solo segno dello snaturamento dell’ex bandito diventato ranger e agente indiano. Meglio rileggere gli album vecchi.

Anche nei rapporti maschio/femmina, l’evoluzione – diciamo così – è stata pesante. È questo un terreno scivoloso: basta niente e ci si becca l’accusa di machismo. La cultura dominante impedisce al maschio di godere. È obbligato a far godere lei se vuole conservare il rapporto. Non si contano i guasti subiti dai giovani aggrediti da una venefica ansia da prestazione. È vero che si gode di più se si è capaci di far godere lei, ma a questo ci si arriva sperimentando e cambiando frequentemente l’oggetto del desiderio. Non si può pretendere da un giovane con il testosterone a mille di diventare d’un subito un amante da manuale. Le ragazzine, invece, si divertono a sfotterlo perché se ne viene troppo presto e… via dileggiando. Siccome la cultura dominante parla al femminile, per un giovanotto alle prime armi c’è poco da scegliere: va a puttane o dal travestito (lo so, non si dice più così, ma tant’è).

Se in una popolazione è diffusa la pratica di non fumare tabacco, la scelta è semplice: si smette di fumare oppure ci si rivolge alla minoranza superstite di fumatori. In questo caso, si coltiva un sicuro orticello. Con la consapevolezza di restare minoranza senza vocazione maggioritaria.

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