Pensa te, in un solo giorno, sono passata dai tweet sui miei fiocchi d’avena a twittare sulla rivoluzione

Elezioni anticipate. Quando Mussolini le invocava contro la crisi

«È evidente che coll’attuale Camera non c’è mezzo di governare. Presto o tardi, bisogna riportare la crisi dal Parlamento al Paese». Così scriveva Benito Mussolini su “Il Popolo d’Italia” il 10 giugno 1920 a proposito della crisi del terzo governo Nitti (il “Cagoia” com’era stato battezzato da Gabriele d’Annunzio).

Le elezioni anticipate sono state sempre l’unico strumento per rimettere le bocce a posto e cominciare una nuova partita. La politica italiana è un enorme bidone pieno di trucchi e trucchetti messi in atto per evitare il voto. Negli ultimi anni, il Palazzo (non soltanto il Quirinale, beninteso) ha messo in campo banchieri e professori, vecchi tromboni e “uomini di fiducia” (di chi?), per impastare governi provvisori con l’ambizione a durare fino alla “naturale scadenza della legislatura”. I governi cosiddetti “tecnici” hanno aggravato lo stato delle cose per via dell’illusione che un “tecnico” sia estraneo alla politica politicante. Ennesimo imbroglio. Occupare una cattedra universitaria è traguardo raggiunto grazie alle amicizie politiche, diventare preside e poi rettore è il risultato di manovre politiche combinate con politici. Non si arriva alla presidenza di una banca senza potenti protezioni. Non so come si possa credere che un “tecnico” tipo Prodi, giusto per non fare nomi, venisse scelto per le capacità professionali funzionali allo smantellamento dell’Iri. Eppure, c’è ancora qualche fessacchiotto fan “dei tecnici al governo perché i politici non sono all’altezza”.

Comunque, cent’anni fa, Benito Mussolini sostenne la necessità del ricorso alle urne per il bene del Paese. Scriveva infatti: «…constatata di fronte alle rivalità e alla concorrenza delle due demagogie — la rossa e la nera — la impossibilità del funzionamento normale e ricostruttivo del parlamento e la pacificazione del paese, s’invitano i fascisti ad agitare la necessità dello scioglimento della Camera e a preparare animi e mezzi per una nuova consultazione del popolo italiano».

La concorrenza delle due demagogie è sotto gli occhi di tutti, con la sola differenza che l’una non è più rossa ma rosé e l’altra è grigiastra.

Non è unica “concordanza”. Scorrendo l’articolo scritto da Mussolini un secolo fa, se ne trovano parecchie. «…. Crisi, anzi abdicazione dell’autorità statale; non un principio di soluzione ai problemi fondamentali… invenzioni di complotti, dedizione a chi più gridava, scandali e ruberie in alto e in basso, aggravamento della crisi morale». Sono parole che ricorrono anche oggi e che trovano sordi coloro i quali avrebbero il potere di dare una smazzata alle carte. Pare che abbiano tutti paura che vinca Matteo Salvini e perciò non si va a votare finché non si riesca a ridimensionarlo o fino a quando non arrivi qualcun’altra a capo del centrodestra. Secondo me, la paura di Salvini è fasulla. La stragrande maggioranza degli attuali on. e sen. non adagerà mai più il deretano sui divani del Transatlantico e sulle poltroncine della sala Garibaldi e perciò fanno muro contro lo scioglimento delle Camere.

È arcinoto, inoltre, che un presidente del Consiglio non possa agire più di tanto. Umberto Bossi stravinse al grido “secessione” che poi dovette ridurre a “federalismo”. Silvio Berlusconi trionfò illustrando un programma per una “nuova Italia” e non riuscì nemmeno a fare la riforma della Giustizia, accontentandosi di apposite leggine per non finire in galera. Nessuno (sto pensando a Bettino Craxi, che pure fu distrutto perché pericoloso per i cacicchi) da Palazzo Chigi ha mai goduto dell’autonomia necessaria a incidere per davvero sulle cose. Sullo sfondo, c’è l’impero nordamericano che, come faceva Roma più di un millennio fa, stimola competizioni e contrasti in modo da avere di fronte un interlocutore per volta. La strategia di Washington (sovente in simbiosi con Wall Street) ha fra gli obiettivi immediati la dissoluzione di quel poco d’Europa che è stato fin qui possibile costruire a dispetto di bottegai e mercanti. M’accorgo d’andare fuori tema e torno all’articolo di Mussolini per sottolineare altre “somiglianze”.

«…quale vasto panorama di rovine – scriveva il giornalista che poi avrebbe guidato l’Italia – si stende dinnanzi ai nostri occhi… in Tripolitania e Cirenaica, malgrado certo Statuto concesso or non è molto agli arabi, siamo ridotti alla spiaggia. Gli albanesi ci ricompensano attaccando VaIona. Gli alleati ci fanno la forca e l’elemento tedesco nell’Alto Adige tratta l’Italia dall’alto in basso. Quanto a Fiume e al resto, siamo sempre in… Alto Adriatico. All’interno, situazione enormemente peggiorata».

Non è difficile, mutatis mutandis, annotare che l’Italia rosé-grigiastra sta male combinata in Libia e che i commissari Ue la guardano con sufficienza perché incapace di guarire dalla sifilide delle dichiarazioni a fondo perduto.

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close