I puntini rossi indicano le foibe che fino ad oggi sono state scoperte.

FOIBE. Mirella veniva da Pola e mi leggeva le favole

Si chiamava Mirella. Mio padre l’aveva sistemata provvisoriamente nel nostro scantinato e lì viveva insieme con il padre e la sorella. Erano profughi istriani. Il vecchio parlava l’italiano con un forte accento gutturale. Tre persone strette in un solo vano sotto il livello della strada con una finestrella che dava sul retro della palazzina. Da qualche anno era finita la guerra e uno dei ricordi più lontani che ho è Mirella che mi leggeva le favole per farmi addormentare. Poi ebbi l’età per la cosiddetta “primina” e l’anno seguente, a 5 anni, andai in prima elementare. Sapevo già leggere e scrivere e mio padre disse che le favole me le potevo leggere da solo. I nostri tre ospiti avevano trovato un alloggio decente e Mirella veniva soltanto la mattina per le pulizie di casa, quando io ero a scuola. L’incontravo la domenica all’uscita dalla chiesa. Lei mi chiedeva come andava la scuola e io le chiedevo se il padre stava bene.

Alle medie, litigai con il figlio di un prof più volte candidato nelle liste del Partito comunista italiano (Pci) e mai eletto. Il padre gli aveva raccontato la storiella, che gira ancora oggi, sui nazisti che avevano fucilato migliaia di persone mentre i gloriosi partigiani di Tito non sapevano nemmeno cosa fossero le foibe. L’avrei strozzato, se non me l’avessero strappato via a forza. Quell’aria di supponenza, il sorrisetto di superiorità, lo sfottò… era stato di tutto un po’ a scatenarmi. Fu il mio primo scontro con un comunista.

Andai a cercare Mirella per farmi raccontare. Oramai ero grande e mi si poteva dire tutto. Molti decenni dopo, invece, ho conosciuta l’intera storia. Un calvario cominciato a Pola dove il padre aveva un piccolo negozio di materiale idraulico e la domenica riparava rubinetti e scarichi, la madre aveva una Singer e faceva piccoli lavori di sartoria; lei e la sorella andavano a scuola. Pola era appartenuta per secoli alla Repubblica di Venzia poi era passata sotto il dominio austriaco e, alla fine della prima guerra mondiale, era stata annessa al Regno d’Italia. Nel secondo dopoguerra, la Jugoslavia (Stato inventato di sana pianta accorpando sotto la stella rossa repubbliche e province autonome) si prese l’Istria e pretese perfino Trieste.

Siccome la maggioranza della popolazione era italiana, Tito organizzò un programma di deitalianizzazione. Le persecuzioni e le uccisioni erano giustificate dalla sacrosanta lotta antifascista. Mirella mi raccontò che il padre, monarchico e filoasburgico, fu accusato di essere una spia al servizio dei fascisti. E parliamo degli anni intorno al 1943.

Cominciò la lunga fuga di questa famiglia. Gli oggetti preziosi e tutti i risparmi servirono a pagare un partigiano che da “civile” faceva il contrabbandiere. La madre morì di crepacuore. La sorella smise di parlare. Le storie di migliaia di infoibati sembravano incredibili e i pochi scampati venivano trattati da imbroglioni se non peggio. L’aggettivo “italiano” era diventato sinonimo di “fascista”. Tutti gli italiani dovevano scomparire. La lotta antifascista sarebbe finita quando tutte quelle terre sarebbero state liberate dai fascisti. Oggi Pola appartiene alla Croazia. Mirella la rividi un anno che tornai a Salerno per le vacanze di Natale. La feci ridere raccontandole qualche mattanata universitaria, ma la tristezza del suo sguardo era ancora là, in quegli occhi che avevano visto cose terribili, dolorose da raccontare anche dopo tanti anni.

 

 

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