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POLITICA. 2- I danni dell’uguaglianza che non c’è

L’uguaglianza è un mito. A voler essere pignoli, è un mitologèma. Il racconto di accadimenti funzionali alla costruzione di modelli di esistenza per una comunità, cioè il mito, è “esagerato” relativamente all’uguaglianza. Più appropriata è la denominazione di mitologèma perché è un racconto favoloso che viene prima del mito.

Che sia stato Cristo o Buddha o chi altri a lanciare per primo la seducente parola uguaglianza, non è tema di queste note. Qui si parla dell’uguaglianza usata come parola d’ordine da movimenti socio-politici. Per non essere pedante, cito l’ègalitè scritta insieme con liberté e fraternité sui vessilli della rivoluzione francese e l’uguaglianza (insieme con libertà e umanità) propagandata da Giuseppe Mazzini.

È ovvio che l’uguaglianza non esiste perché gli uomini non sono uguali tra loro. E nemmeno fiori, pietre, animali e quant’altro sta su questa Terra.

Restiamo in Italia (sennò toccherebbe scrivere un’enciclopedia) e guardiamo i granelli di uguaglianza che ci sono. Abbiamo il suffragio universale per gli iscritti nelle liste elettorali (con le sole limitazioni dell’età) e una confermata uguaglianza di diritti. Non mi pare ci sia altro. Non c’è uguaglianza di doveri: io debbo rispettare il semaforo rosso e il corteo presidenziale non deve. Ciascuno può fare un lungo elenco di doveri “differenziati” o addirittura assenti. Non c’è uguaglianza dinanzi alla legge. Non mi si venga a dire che la legge è uguale per tutti, considerato che un avvocato d’ufficio mi fa finire in galera e un principe del foro in televisione.

Non c’è uguaglianza ai blocchi di partenza. I figli e i nipoti di Gassman hanno “spinte” che i miei figli e nipoti non hanno. Non c’è uguaglianza tra maschi e femmine. S’è fatto qualche progresso, nonostante le femministe, ma l’uguaglianza ci sarebbe se una donna brutta e stupida prendesse il posto occupato da un maschio cretino. Le donne che arrivano sono speciali; in tutti i sensi. Di fessacchiotti seduti su poltrone e poltroncine se ne può fare un elenco lungo una quaresima.

Il guasto principale causato alla società dal mitologhema (va bene anche con l’acca) uguaglianza è la convinzione generalizzata di essere tutti uguali. Il frustrato presuntuoso crede davvero che l’unica cosa che lo differenzi da Berlusconi siano i soldi. Il rancoroso ci mette pure il fatto che Berlusconi i soldi li abbia presi dalla mafia. Bene, ci provi lui a farsi dare i soldi dall’onorata società. È come una moglie di Totò (in un film che ora non ricordo) la quale, a fronte di un’attrice dalla forme che non ti dico, sbotta: che ha lei che io non ho?

La stragrande maggioranza delle persone non è soddisfatta del lavoro e/o dello status in cui si trova perché crede sinceramente di meritare di più, di essere uguale se non migliore di quel deficiente di ministro che se ero io al posto suo…; ci sono quelli che, per esempio, affermano che Adolfo Hitler era un pazzo che sproloquiava in piedi sui tavolini dei pub (gasthaus, per l’esattezza). Questa diffusa certezza di essere uguali ha creato una società che contempla perfino i diritti degli animali, in assenza di doveri.

Un rimando continuo di parole d’ordine (propriamente sarebbero delle password perché ti fanno entrare nel paradiso di quelli buoni e intelligenti) impone a quelle che un tempo si chiamavano masse cosa pensare e cosa dire. La donna violentata, il balenottero spiaggiato, il bosco che brucia, il bambino dimenticato in auto, l’isola di plastica… è un tambureggiare tribale che sollecita la danza comune. Le “campagne” organizzate da lobbies di tutti i gender si susseguono e si sovrappongono creando il “comune sentire”.

Il mitologhema uguaglianza prospera grazie a strumenti mai visti prima. Se l’Inghilterra avesse potuto far viaggiare su internet le campagne di diffamazione e odio orchestrate contro Napoleone, avrebbe vinto fin dalla prima coalizione. Ho fatto questo esempio perché – come sanno gli addetti ai lavori – la campagna stampa britannica antinapoleonica ha la primazia nel mondo moderno. In quello antico ce l’ha la campagna di Paolo sulla resurrezione di Cristo.

Lo sradicamento del quale soffrono un po’ tutti, se si accompagna alla convinzione di essere uguali, genera una velenosa utilizzazione della libertà. Ciascuno si dichiara libero di fare ciò che vuole. Ed ha ragione perché è uno sradicato e non deve rendere conto a nessuno. Ci sono azioni vietate dalla legge ma non tutti si fermano o, meglio, almeno una volta la violazione la esercitano tutti. Il politicante sfrutta sradicamento (c’è anche la morte delle ideologie, ma questo è altro tema) presunzioni, velleità, rancori e vanità e – a partito morto o moribondo – s’impone come il “risolutore” dei problemi di tutti e di ciascuno.

Gli addetti ai lavori parlano di “cesarismo”, ma lo trovo esagerato trattandosi di personaggi non di alto livello, diciamo così. Che un Bossi o un Renzi oppure un Conte si candidino a guidare la macchina, c’entra poco con Cesare e il cesarismo, per i quali si può parlare adeguatamente a fronte di un Napoleone o di un Mussolini.

La libertà dai vincoli (di chiesa, di partito, di morale…) si mangia la disciplina. Gli ideali, per i quali serve costante impegno, cioè disciplina, svaniscono non ricevendo nemmeno l’accorato addio che invece si riserva al gatto di casa.

Uguaglianza ha che fare con eguagliare, cioè uniformare più cose tra loro; con eguale, cioè che ha caratteristiche identiche; con equità, gigantesco criterio etico-giuridico, e infatti deriva dal latino aequus, equo. Con facilità annotiamo che questa è tutto fuorché una società equa.

Mi fermo.

L’idea è pubblicare annotazioni simili a questa per contribuire alla stesura di un manuale di politica (https://internettuale.net/3681/politica-1-cercare-lidentita-e-sintomo-di-una-sconfitta).

 

 

 

 

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