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Spionaggio. Tito Manzi ha cambiato nome (e partito)

«Se la situazione così esaminata non ha, fino a questo momento, nulla di veramente inquietante, essa deve tuttavia avvertirci di non considerare con indifferenza una massa così ragguardevole di individui che, avversari più o meno dichiarati dell’ordine di cose esistente, potrebbero facilmente essere portati a giocare un ruolo attivo e servire a turbare l’ordine pubblico, se qualche potenza cercasse di riunirli con il pretesto attraente dell’Indipendenza italiana».

Da quale agenzia è stata partorita questa analisi? A lasciare queste parole anonime, si scatenerebbe la caccia alle “barbe finte”, cioè ai servizi segreti soprattutto di Usa e Francia. Purtroppo per i retroscenisti/complottisti sono parole di qualche secolo fa scritte da un politico fine di alta scuola. Sono gli anni nei quali serpeggiano malumori un po’ dovunque in Italia contro i padroni del momento.

Ma qua serve una piccola parentesi di storia elementare. La sconfitta di Napoleone aveva aperto il periodo della restaurazione, cioè furono rimessi sul trono i sovrani spodestati dalla Grande Armata e ristabiliti i confini. A gestire questo gigantesco contenzioso fu lo strapotente cancelliere austriaco principe Klemens von Metternich, il quale organizzò una mega conferenza nella capitale diventata nota come “Congresso di Vienna”. Essendo Metternich più che un plenipotenziario (si diceva che l’imperatore fosse lui e non Francesco II, arrivato al trono come Francesco I, ma questa è un’altra storia) tenne per sé la parte del leone. In Italia, per esempio, fondò uno Stato, il Lombardo-Veneto, legato mani e piedi alla corona austro-ungarica.

Le frasi d’apertura le ho tratte da un promemoria inviato da Metternich all’imperatore il 3 novembre del 1817. Il principe-cancelliere descriveva lo stato delle cose in Italia, con un occhio particolare sul Lombardo-Veneto, a proposito della possibilità che i nemici della corona asburgica potessero pilotare la voglia di libertà dei popoli governati da Vienna e distruggere gli equilibri tanto faticosamente costruiti.

A noi che ce ne frega delle preoccupazioni di Metternich, quello della famosa “Italia espressione geografica”? (https://internettuale.net/3072/storia-e-storie-litalia-espressione-geografica).

Leggendo altre parti del rapporto stilato oltre due secoli fa, si ha la risposta. Scriveva Metternich: «Poiché siamo già da molto tempo convinti dell’esistenza in Italia di parecchie associazioni segrete che, sotto nomi differenti, mantengono in quasi tutte le classi della popolazione dei diversi Stati di questo paese uno spirito di fermento, di malcontento e di resistenza, dovevamo preoccuparci di prendere delle informazioni sui loro piani e mezzi, sui loro capi, sui loro rapporti reciproci, e particolarmente sui loro rapporti con l’esterno; l’importante per noi era di poter calcolare, con perfetta cognizione di causa, i pericoli che, da questo punto di vista, minacciano la tranquillità dell’Italia».

Non c’erano telefonini e social, ma i controlli di polizia erano efficaci. La tanto deprecata “antidemocraticità” dei crudeli sbirri austriaci viene parecchio ridimensionata se messa a confronto con il maltrattamento dei Palestinesi operato da Israele, per esempio, o con i processi alle intenzioni (con tanto di pesanti condanne) orchestrati da tribunali e guardie quando si tratta di giovani e meno giovani bollati (da loro) come fascisti (aggettivo omnicomprensivo con dentro razzismo, istigazione al genocidio, golpismo etc.).

Ma questo è capitolo da scrivere a parte. Tornando al memorandum di Metternich, leggiamo: «Una sorveglianza attiva, che da due anni non si è mai allentata, mi ha mostrato che, se da una parte non si può contestare l’esistenza reale di queste diverse sette, e se le loro aspirazioni sono pericolose ed opposte ai princìpi del governo, mancano loro, d’altra parte – e questo è altrettanto certo – dei capi eminenti e suscettibili di ispirare fiducia, e non hanno né una direzione centrale né gli altri mezzi necessari per provocare effettivamente dei movimenti rivoluzionari».

A questo punto, dovrebbe essere chiaro perché mi sia presa la briga di andare a pescare Metternich e abbia corso il rischio di prendermi l’accusa di “maestrino dalla penna nera”, già rivoltami più volte. Non faccio il maestro. Non m’interessa. Invito soltanto a guardare meglio ai fatti di oggi con la lente d’ingrandimento dei fatti di ieri. Metternich aveva ragione: senza un capo, senza una solida avanguardia capace di guidare e indirizzare gruppi e gruppetti in una sola legione, hai voglia a lamentarti che il potere applichi due pesi e due misure distinguendo tra figli e figliastri.

Ma c’è di più. Guardate un po’ cosa succedeva ai tempi di Metternich: «Divisi fra di loro per quanto riguarda le opinioni e i princìpi, i seguaci di queste sette si denunciano reciprocamente ogni giorno e sarebbero pronti domani ad armarsi gli uni contro gli altri. Così Manzi ha, secondo me, perfettamente ragione nel dire che si può contare anche su di loro per impedire che l’uno o l’altro partito acquisti troppa influenza» (Aus Metternichs Nachgelassen Papieren; Vienna 1881; Rapporto di Metternich all’Imperatore 3 novembre 1817).

Il personaggio citato dal principe dovrebbe essere meglio studiato. Tito Manzi fu capo della polizia politica napoletana, poi ministro di polizia generale, politico versipelle, divenne agente al soldo di Metternich tramite il generale Ferdinando Bubna governatore di Milano. A spese della corona austriaca fece un lungo viaggio in tutti gli Stati d’Italia inviando regolari rapporti a Milano. Insomma, queste cose del passato ce ne danno di cosa da pensare.

 

 

 

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