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PRESCRIZIONE. Magistrati divisi mentre la gente vuole il boia

A Milano, il procuratore generale Roberto Alfonso ha dichiarato che la riforma della prescrizione «presenta rischi di incostituzionalità» in quanto «viola l’art.111 della Costituzione, con il quale confligge, quanto agli effetti, incidendo sulla garanzia costituzionale della ragionevole durata del processo». Dopo di lui ha parlato il consigliere del Csm Piercamillo Davigo (diventato noto come manipulitista; poi fondatore/patron di “Autonomia e Indipendenza”, l’ultimo neonato partito di magistrati) che la pensa esattamente al contrario. Un centinaio di avvocati ha abbandonato l’aula esibendo cartelli (nella foto d’apertura) con gli articoli della Costituzione violati dalla riforma. Tutto ciò è successo alla cerimonia di apertura dell’Anno Giudiziario. Amen.

Non c’è partita: la maggioranza della gente dà ragione a Davigo. È fatale (come amava ripetere Bossi) cedere alla tentazione di imboccare scorciatoie quando qualcosa non funziona. Questo perverso (aggettivo azzeccatissimo) meccanismo trova la più completa esecuzione nell’ambito della giustizia (dovrei scrivere Giustizia, ma sarebbe esagerato visto come stanno le cose).

Nei film americani che raccontavano di gangster cattivi e poliziotti buoni, c’era sempre qualcuno che s’incazzava: «Lo vedi? quel miserabile è già in libertà grazie al suo avvocato!» oppure «Loro ci sparano addosso e noi abbiamo le mani legate» e via recriminando. Manco a dirlo, il pubblico è tutto dalla parte di chi non guarda per il sottile e va per le spicce. È normale, oltre fatale (vedi sopra). Il comune utente/consumatore/cliente non conosce i fondamentali della Giustizia (stavolta la maiuscola è doverosa). Lui è per la legge veterotestamentaria dell’occhio per occhio. A lui piace di più il Dio vendicativo che uccide e brucia e abbatte Sodoma e Gomorra, piuttosto che il Dio generoso che perdona al peccatore pentito. Non si può rimproverare un autentico rappresentante della cosiddetta società civile fondata sui social se, invece di processi lunghi e incomprensibili, seguirebbe con passione il saliscendi della ghigliottina in piazza.

Vuoi mettere? Al posto di codici e codicilli, di eccezioni e commi, di attenuanti ed esimenti, una veloce incriminazione ed un’ancora più rapida esecuzione. Echeggia il ritornello: «Il carcere è una punizione ma anche un centro di rieducazione? Ma non diciamo fesserie, quelli in galera stanno pure meglio di me». Una volta ho lavorato con un direttore che scriveva articoli denunciando che i detenuti a Roma avevano il televisore in cella. Presi l’impegno di fargli cambiare idea, ci riuscii ma poi me ne andai lo stesso perché a livello umano era davvero una cacca.

Altro ritornello: «I paraculi con soldi e avvocati furbi approfittano della prescrizione? Bene, eliminiamola, così vediamo se quei fetentoni riusciranno ancora a scappottarsela».

Mostrare la realtà, e cioè che su un riccone che se la sfanga ci sono mille poveri cristi fottuti, non serve a niente. Ritornello: «L’importante è mettere in galera Salvini (ho fatto un nome a caso), cosa ce ne frega degli altri diecimila triturati da un sistema giudiziario fratello coltello? Tutti in galera, punto e basta. Facciamo pulizia una volta per tutte».

Voglio ricordare a questi giacobini tardi (nell’autentica accezione dell’aggettivo) che il ghigliottinatore Robespierre, il quale pensava di eliminare i cittadini di fede monarchica ghigliottinandoli, non soltanto morì ghigliottinato, quanto, ed è questo il peggio, provocò nei francesi il disgusto per la “giustizia rivoluzionaria” e… vabbe’, il resto qui sarebbe fuori luogo.

Le guerre intestine tra magistrati (organizzati in partiti fortemente ideologizzati) e quelle palesi tra loro e i politici stanno alimentando il disgusto in una fetta di opinione pubblica. Dilaga la sfiducia per la giustizia tout court, cresce la voglia manettara, sale la marea dei giustizialisti. Il Diritto è cosa seria, che non si può abbandonare alle follie della folla. La democrazia è partecipazione, è vero, ma dovrebbe essere patrimonio costruito da cittadini responsabili e non da “bevitori di sangue”.

Al passante che consigliava di leccare qualche potente per assicurarsi una vita comoda, il poeta Giuseppe Parini replicava: «… l’animo tenti / prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto». Sono i versi di un’ode del 1785. È umano – rimproverava Parini – piegarsi e svilirsi per guadagnarsi il pane, ma non è affatto giusto. Mi sorge un dubbio: a scuola lo fanno ancora studiare il poeta dell’impegno civile? Mi sa che sarebbe sbeffeggiato sui social, se lo conoscessero.

Mi viene in mente una luminosa sottolineatura di Giano Accame un giorno che discutevamo del Che e della moda dei pacifisti di indossare magliette con la sua immagine. Brutta fine per il guerrigliero Guevara. C’è da sperare – saettò Giano – che Evola non diventi di moda tra i giovanotti di destra. E ci pareva quasi di vedere i manifestanti con l’immagine del filosofo sulla t-shirt sfilare a sostegno del colonnello Tejero in Spagna. E ridevamo.

Che bello quando non c’era Facebook.

 

 

 

 

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