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La Cassazione ha deciso: niente elezioni anticipate

Lo sanno anche a Timbuctù che i “nostri” (si fa per dire) parlamentari non hanno alcuna intenzione di mollare poltrone e cadreghini neppure un giorno prima della scadenza “naturale” (ics) della legislatura. In ballo ci sono grandi scelte di principii assoluti a cominciare dallo stipendio, pardon, dall’indennità e finendo alla certezza per la maggior parte di loro di non tornare più a Roma se non nelle vesti di turisti nostalgici.

Tutti i tentativi di andare alle elezioni anticipate sono stati respinti con la “causale” che il risultato sarebbe stato quello di consegnare l’Italia di nuovo al centrodestra con l’aggravante che il patron stavolta non sarebbe più un ricattabile Berlusconi bensì uno sfacciatissimo Salvini. In realtà, la “causale” autentica è ben nascosta dietro la “minaccia” salvinista.

Niente voto anticipato, dunque. E le elezioni in Emilia-Romagna e in Calabria? e le dimissioni del “Capo politico” (Di Maio ci teneva al maiuscolo) dei grillini? Non voglio spacciarmi per stregone, ma niente mi fa pensare che onorevoli e senatori consentiranno al governo di cadere e a Mattarella (che già ne ha poca voglia) di sciogliere le Camere. Ricordatevi che c’è sempre pronto il coniglio nel cappello quirinalizio: un Monti oppure un Cottarelli.

A rimandare alle calende greche la caduta del governo Conte (abilissimo a costruirsi una carriera da “indispensabile” e/o “spendibile”) ci si è messa pure la Cassazione che ha ammesso il referendum sulla legge che ha previsto il taglio dei parlamentari. Dal momento della decisione degli “ermellini”, il presidente della Repubblica (in questo caso Sergio Mattarella, che come Conte guarda al futuro e sta lavorando alacremente per la propria rielezione) dovrà stabilire una data entro 60 giorni.

La legge prevede che un referendum si svolga in una domenica compresa tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. E sono pronto a scommettere che la data sarà a primavera inoltrata. Giacché è scontata la vittoria dei sì, cioè la gente approverà il taglio dei parlamentari, i deputati e senatori avranno un “incentivo” in più a non mollare. Duri e decisi, corazzati dai loro saldi princìpi, profondamente motivati dall’amore per il loro prossimo, questi nobili uomini e queste donne-vestali che tutto hanno dato al loro paese senza nulla prendere resteranno trincerati nei posti assegnati da una sorte più che benigna. Una sorte che – lo prevedo con certezza matematica – sarà maligna assai.

La legge stabilisce infatti che a Montecitorio ci saranno 230 poltrone in meno e 115 in meno a Palazzo Madama. Alla prossima tornata elettorale, ci sarà posto per 400 deputati e per 200 senatori.

E volete che con questa prospettiva qualcuno degli inquilini di Camera e Senato accetti di buon grado di lasciare? Ma nemmeno se lo vedo ci credo.

 

 

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