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D’Annunzio a Montecitorio: non sono un uomo delle formule

«O uomini della mia terra, io sono un uomo della mia terra. Sono un uomo ben nato, ben costrutto: uno e diverso, semplice e molteplice. È tempo che ogni falsa imagine di me cada, insieme con quelle favole puerili che sembran tanto dilettare la stupidità dei beoti». Così a 34 anni Gabriele d’Annunzio si rivolgeva agli elettori nel collegio di Ortona a Mare (qui sopra una vecchia cartolina): era l’estate del 1897. Come avversario aveva Carlo Altobelli, un avvocato “prestato” alla politica: era stato consigliere comunale a Napoli e poi deputato di quella città per la sinistra; tornato in Abruzzo s’era candidato per continuare a sedere alla Camera, dove stava dalla XV legislatura. Il Poeta vinse quelle elezioni suppletive con uno scarto di 170 voti (1.429 contro 1.259). Va ricordato che all’epoca le donne non votavano (sennò avrebbe stravinto) e nemmeno tutti gli uomini potevano: le iscrizioni nelle liste elettorali dipendevano dal censo.

«Riconoscete la verità che io sembro portarvi come il messaggio di uno straniero, la verità che a taluno di voi – io lo so – sembra opaca e inerte come una pietra, ma che pure ciascuno di voi già possiede riposta nell’oscurità della sua inconsapevolezza»: l’appello elettorale mirava all’anima delle persone.

Spiegava e convinceva: «La mia solitudine è apparente. La mia parola non è solitaria: è l’eco di un coro che voi non udite e che pure si compone di vostre intime voci. Avete dinanzi a voi, rivelata, la vostra essenza…. Voi mi giudicate dissimile, mentre io vi somiglio come un fratello purificato…» (i testi sono ne “Il libro ascetico della Giovane Italia”; Mondadori, 1966).

Quella legislatura, la XX del Regno d’Italia, durò circa tre anni (dal 5 aprile 1897 al 17 maggio del 1900): Gabriele d’Annunzio non fu un assiduo, per non dire assenteista, a Montecitorio; piuttosto che a voce, preferiva intervenire usando la parola scritta. Aveva dimostrato in più occasioni di essere un oratore convincente e appassionato, ma scripta manent e molti, incluso me, sono dello stesso avviso. Ai suoi comizi era andato anche il ventunenne Filippo Tommaso Marinetti, corrispondente di una testata francese (non ne ricordo il nome), il quale scrisse della «stridente modernità» immessa nella battaglia politica dal “Poeta della Bellezza”. «La fortuna d’Italia – aveva detto d’Annunzio nel “Discorso della siepe” – è inseparabile dalle sorti della Bellezza, cui ella è madre nei secoli dei secoli plasticatrice».

«Uomo di gleba e di rupe, uomo contadino, o uomini contadini, io per me – dichiarava – non voglio riconoscere nulla di estraneo, essendo disposto dalla natura e dall’arte a esperimentar tutto, a conquistar tutto, ad assorbir tutto, a vivere in perpetua plenitudine, con la maggior possibile abondanza di armonie; perocché io credo tanto un uomo più virtuoso quanto più egli si sforza di accrescere l’esser suo». Quel “Discorso della siepe” (il 22 agosto a Pescara) tracciava nettamente i confini della intangibile proprietà privata a fronte della collettivizzazione decantata dalla sinistra massimalista (che avrebbe poi partorito nel 1921 il Partito comunista d’Italia).

Entrato a Montecitorio come candidato della destra, rifiutava quell’etichetta. «Io sono al di là della destra e della sinistra», aveva scritto all’amico Luigi Lodi (il giornalista che l’aveva difeso dalle accuse di oscenità a proposito di “Intermezzo di rime”) e chiariva: «Ho visto che qualche giornale mi rappresenta come candidato ministeriale di destra. Ma tu sai meglio d’ogni altro, che sarà stupenda la singolarità delle mie attitudini sui vecchi banchi di Montecitorio. Io farò parte di me stesso… Io sono un uomo della vita e non delle formule».

Quando il generale poi senatore della destra Bava Beccaris fece prendere a cannonate la gente che manifestava contro l’aumento del prezzo del pane e quando il generale Luigi Pelloux, presidente del Consiglio, represse le manifestazioni di protesta per la strage di Milano, Gabriele d’Annunzio attraversò l’emiciclo verso i banchi opposti annunciando: «Porto le mie congratulazioni all’Estrema Sinistra per il fervore e per la tenacia con cui difende la sua idea. Dopo lo spettacolo di oggi, io so che da una parte vi sono uomini morti che urlano e dall’altra pochi uomini vivi ed eloquenti. Come uomo d’intelletto, vado verso la vita». Era il 24 marzo del 1900, mancavano pressappoco due mesi alla fine della Legislatura e della “carriera” parlamentare del Vate.

 

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