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Bettino Craxi, l’opinionista dell’Avanti da Hammamet

Bettino Craxi, Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000.

C’era stata da poco “Valle Giulia” quando un avvocato (non credo sia ancora vivo e comunque il nome m’è passato di mente) ci invitò ad un incontro “riservato” (dei presenti ricordo Enzo Maria Dantini, Serafino Di Luia e Lamberto Roch). L’avvocato aveva conosciuto un consigliere comunale del Partito socialista italiano, l’aveva seguito perché, disse, «è uno con le palle». Eletto segretario del Psi, era stato da poco eletto anche deputato e perciò sarebbe stato a Roma almeno tre giorni a settimana. E quindi? Ci propose di creare un’associazione collegata all’attività parlamentare del neo-eletto.

Non gli diedi il tempo di finire: lo accusai di volerci trasformare in valletti di un politicante e ribadii che noi volevamo cambiare il sistema e che nessun compromesso era accettabile. Fu una sfuriata, più che una replica “politica” ma furono tutti d’accordo.

Fu quella la prima volta che sentii parlare di Bettino Craxi.

Dopo qualche anno era impossibile aprire un giornale o guardare un tiggì senza che ci fosse lui in prima pagina. È stato un duro capopartito, un presidente del Consiglio decisionista, un convinto riformatore.

Anni dopo, lavoravo al settimanale “L’Italia del Popolo” (il foglio di Randolfo Pacciardi, combattente antifascista in Spagna, accusato di essere un golpista fascista etc. etc.) quando seppi che Bettino Craxi aveva fatto disegnare un nuovo simbolo: un grande garofano rosso e in basso, minuscoli, la falce e il martello. Pacciardi era divertito all’idea dei socialisti veteromarxisti che al prossimo congresso avrebbero trovato quella novità.

In quegli anni conobbi anche Enrico Landolfi, un topo di biblioteca, scavatore di archivi e socialista craxiano. Il fratello Antonio era senatore fedelissimo di Giacomo Mancini, il quale aveva favorito la cosiddetta “svolta del Midas” che aveva portato Craxi alla segreteria del Psi.

Enrico lavorava al progetto del “socialismo tricolore”. Un progetto che non era malvisto da Craxi, il quale puntava a imporre l’identità non marxista del socialismo italiano. La strategia era tesa non soltanto ad eliminare qualsiasi commistione con il comunismo, quanto e soprattutto a sopravanzare il Pci. In Europa, i partiti comunisti erano una minoranza a fronte di grandi partiti socialisti mentre in Italia il Pci raccoglieva il doppio dei voti del Psi. Inoltre, i comunisti italiani rastrellavano soldi dal partito fratello dell’Unione sovietica e questo per Craxi era un tradimento perché l’Italia era entrata nella Nato per la comune difesa dalla nemica Urss.

Filo-occidentale ma indipendente anche nei rapporti con l’alleato americano, di lui il ricordo più forte resta la “crisi di Sigonella”, quando i carabinieri fronteggiarono i marines. Si deve a quel fatto se, nonostante l’estrazione antifascista, il leader socialista piacesse di più a destra che a sinistra. All’aeroporto di Sigonella, in Sicilia, una squadra della Delta Force (quelli che nei film fanno cose incredibili) fu fronteggiata dai Carabinieri mentre il presidente americano Ronald Reagan telefonava a Craxi chiedendogli la consegna dei palestinesi imbarcati sull’aereo egiziano fermo sulla pista. Craxi rispose che spettava all’Italia giudicare i palestinesi perché i reati erano stati commessi su una nave italiana (l’Achille Lauro). Il braccio di ferro durò per cinque ore, poi gli americani dei reparti speciali abbassarono le armi.

La “crisi di Sigonella” mostrò che l’Italia ricopriva un ruolo privilegiato nel Mediterraneo; in particolare in Medio Oriente e nei Balcani. Dopo una decina di giorni dalla notte di Sigonella, Reagan scrisse una lettera che cominciava con un “Dear Bettino” a segnare che la “politica della porta di casa” (come Craxi definiva l’atteggiamento italiano nel Mediterraneo) era concreta e affidabile anche per il potente alleato d’Oltreoceano.

Vennero gli anni del “manipulitismo”: manettari e forcaioli trovarono nuovi Masaniello da adorare. Una pattuglia di giudici di Milano aveva preso di mira Bettino Craxi fino a costringerlo a rifugiarsi in Tunisia, in una cittadina marinara chiamata Hammamet (“le dernier refuge de l’Africakorps, Mai 1943, avant la capitulation”, si legge sulle guide turistiche).

Da lì rilanciò lo storico quotidiano socialista “l’Avanti”, impipandosi dei bizantinismi orchestrati intorno ad una testata che faceva gola a parecchi ma che nessuno voleva rischiare a far rivivere.

A Roma, una piccola sede a via del Corso ed una redazione ridotta all’osso, cioè a me, ma con un opinionista formidabile: Bettino Craxi (che firmava e siglava più pezzi al giorno). Mentre si susseguivano i direttori e mutavano gli assetti editoriali io facevo il giornale. I collegamenti con Craxi erano telefonate e fax. Delle conversazioni telefoniche non ho traccia (bisognerebbe chiedere alle “barbe finte”, cioè agli 007 e magistrati segugi che registravano le telefonate). Un fax, invece, l’ho conservato perché Craxi mi confermava la fiducia per replicare a chi avrebbe voluto mandarmi via. Fra l’altro, ero accusato di non essere un loro “compagno” e di non avere mai avuto la tessera del partito. Dopo un anno o due, non ricordo bene, arrivò un tale Walter Lavitola: pochi giorni e mi resi conto che l’aria era cambiata. Io nell’aria viziata non ci so stare e perciò me ne andai. Dopo un po’, il giornale chiuse.

Ci vorrebbe troppo spazio per raccontare quasi tutto Bettino Craxi, però qualche stralcio è necessario per inquadrare il politico che adesso molti “conosceranno” attraverso il film con Favino.

Nel 1953, a 23 anni, Craxi fu vicepresidente dell’Unuri, l’Unione nazionale universitaria rappresentativa italiana. Ottenuta la delega agli Esteri, viaggiò molto, soprattutto Oltrecortina. Scrive in proposito Paolo Pillitteri (“Quando Benedetto divenne Bettino”; Spirali 2007): «L’Unuri gli consente di girare il mondo e di conoscerlo, sopra tutto quello dell’Est, dalla Cina – mia moglie Rosilde, sua sorella, conserva a casa nostra e in bella mostra una piccola scultura in legno che le portò da uno di questi viaggi cinesi – alla Mongolia, all’Europa d’oltrecortina. Credo che fin da allora lo guidò, facendolo proprio, il detto caro a Giuseppe Saragat e mutuato dal francese Guy Mollet della Sfio. Bettino ce lo rappresentava, indicando con l’ampio gesto della mano il luogo geografico, verso l’Oriente, l’Urss: “I comunisti non sono a sinistra, sono a est”…».

Nel Congresso di Genova del 1972 venne confermato vicesegretario del Psi e nominato rappresentante del Psi nell’Internazionale Socialista, con l’incarico di curare i rapporti internazionali del partito. Nel 1982, Craxi diede un qualche sostegno all’Argentina nella Guerra delle Falkland-Malvinas: il Governo di Sua Maestà non  riuscì ad accusarlo di interferenza nella politica britannica, ma di certo la cosa non fu mai dimenticata. Schierò gli euromissili a Comiso (1979 e 1983) posizionati a contrastare i missili sovietici. Avvertì il leader libico Muammar Gheddafi che il 14 aprile del 1986 la US Navy avrebbe bombardato Tripoli per ucciderlo.

Nel 1989 fu nominato rappresentante del segretario generale dell’Onu, Peréz de Cuéllar, per i problemi dell’indebitamento dei Paesi in via di sviluppo ed ebbe l’incarico di consigliere speciale per i problemi dello sviluppo e del consolidamento della pace e della sicurezza.

In politica interna, rivalutò il concetto di Patria e ruppe lo schema dell’arco costituzionale, che escludeva il Msi dal dibattito politico-parlamentare.

Nel 1984 (il 18 febbraio) ci fu la firma del nuovo Concordato (https://internettuale.net/3018/18-febbraio-1984-craxi-firma-il-nuovo-concordato). Il cattolicesimo non era più la religione di Stato, spariva la congrua, cioè lo stipendio pagato dallo Stato ai preti, e veniva introdotto l’8 per mille. In contemporanea ci fu l’avvio del processo di attuazione delle “intese” con le altre confessioni religiose.

Aldo Moro, sequestrato dalle Brigate Rosse dal 16 marzo fino al 9 maggio del 1978 quando fu ucciso, indirizzò una lettera al «Caro Craxi» affinché insistesse «sull’unica direzione giusta che non è quella della declamazione». Craxi, infatti, non s’era accodato alla cosiddetta linea della fermezza che negava qualsiasi possibilità di salvezza al politico democristiano.

Contrario ai monopoli d’ogni genere, contro il monopolio della Rai varò il “decreto Berlusconi”, che consentì alle televisioni private di trasmettere in diretta sul territorio nazionale.

Aveva in mente una serie di riforme, tra le quali la creazione della “lira pesante” (https://internettuale.net/1851/chi-imbrogliava-sulla-lira-oggi-imbroglia-sulleuro) cioè per la parità uno a mille della valuta. Con un dollaro o con un marco, qualcosa si poteva comprare mentre con una lira non si comprava nemmeno una caramella.

Inventò il “Consiglio di Gabinetto”, per «consentire consultazioni più rapide su tutte le questioni che saranno poi sottoposte al vaglio del Consiglio dei ministri», una scorciatoia per ridurre i biblici tempi parlamentari.

Da Hammamet mandò una “lettera al direttore” nella quale scriveva: «Leggendo, anche solo in parte la stampa italiana, per una ragione o per l’altra, dovrei cimentarmi un giorno sì e uno no con querele per diffamazione, diffamazione grave, offese, calunnia. La libertà di stampa vale solo per chi scrive e per chi stampa e non per chi legge ed è costretto a scrivere per ristabilire ciò che, a suo giudizio, è la verità. C’è in circolazione troppo giornalismo e troppa informazione spazzatura che è, in genere, pressoché impossibile contrastare con la dovuta efficacia».

«Il problema – rimarcava – diventa ancor più grave quando si tratta di giornali e informazione televisiva. Qui, e suppongo anche per evidenti ragioni tecniche, i criteri adottati sono restrittivi al massimo e le precisazioni, le rettifiche, le richieste di correzione molto raramente hanno un seguito. Credo che una legge dovrebbe regolare questa materia riguardante la Tv, anche perché il danno provocato e provocabile va moltiplicato, in taluni casi, almeno per dieci volte». E concludeva: «Se non c’è libertà, e quindi possibilità concreta di esercitarla, per concorrere a ristabilire e raggiungere il massimo di verità, non si può dire neppure che ci sia una piena libertà. Libertà per alcuni ma non per altri».

Il sostegno alle lotte di liberazione nazionale fu uno dei pilastri della politica di Craxi da rappresentante universitario, poi da consigliere comunale a Milano, da deputato, da segretario del Psi e infine da presidente del Consiglio. Fu sempre dalla parte di chi combatteva per la libertà. Fece arrivare aiuti d’ogni genere al Partito socialista operaio spagnolo, al Partito socialista cileno di Salvador Allende (suo amico personale), al Partito socialista greco nonché a numerosi movimenti di liberazione e terzomondisti.

Ugo Intini (“I socialisti”; Gea, 1996) racconta cosa gli disse Zbigniew Brzezinski, segretario di Stato del presidente Jimmy Carter (1977-1981): «… senza i missili Pershing e Cruise in Europa la guerra fredda non sarebbe stata vinta; senza la decisione di installarli in Italia, quei missili in Europa non ci sarebbero stati; senza il Psi di Craxi la decisione dell’Italia non sarebbe stata presa. Il Partito socialista italiano è stato dunque un protagonista piccolo, ma assolutamente determinante, in un momento decisivo…».

Non c’era strada che Craxi non percorresse pur di spezzare le catene di qualcuno. La prestigiosa esposizione internazionale d’arte di Venezia, nel novembre del 1977 prese il nome di Biennale del Dissenso, perché diede spazio agli artisti dei Paesi oltrecortina fortemente critici con i regimi comunisti sostenuti da Mosca. Fu un putiferio.

Il 14 febbraio del 1984, Craxi fece approvare un decreto legge, subito ribattezzato, il “Decreto di S. Valentino”, per il taglio di alcuni punti della scala mobile. I sindacati Cisl e Uil non lo ostacolarono, invece il sindacato comunista Cgil scatenò una furiosa reazione. In Parlamento ci fu un ostruzionismo che non si vedeva dai tempi dell’adesione alla Nato e in piazza scese un milione di persone contro il governo (uno dei più longevi della Repubblica: Craxi stette a Palazzo Chigi dal 4 agosto del 1983 fino al 1° agosto del1986). Furono raccolte le firme per un referendum, ma Craxi vinse perché la gente aveva capito e approvato.

Nello stesso anno, un altro decreto legge introdusse l’obbligo del registratore di cassa e dello scontrino fiscale. Commercianti in rivolta, ma il decreto venne trasformato in legge.

L’anno dopo, a giugno, il presidente Craxi Bettino in un summit fa accettare l’ingresso dell’Italia nelle grandi potenze: nel G7, l’Italia occupò il 5° posto.

Faccio un salto e arrivo all’agosto del 1993. Alla Camera Craxi interviene per l’ultima volta: «Per quanto riguarda il mio ruolo di segretario politico io mi sono già assunto tutte le responsabilità politiche e morali che avevo il dovere di assumere, invitando senza successo altri responsabili politici a fare altrettanto con il medesimo linguaggio della verità».

Il 28 settembre del 1979 aveva scritto sull’Avanti: «I bizantinismi e i tatticismi in cui si rotolano esponenti politici, partiti e frazioni di partiti appartengono alla categoria del politicismo, mostrano un aspetto di decadenza del sistema o di una parte almeno dei suoi gruppi dirigenti. Quando tutto si riduce alla alchimia delle formule, alla manovra attorno alle combinazioni, alla lotta per un potere in gran parte corroso, paralizzato o male utilizzato, siamo ad un passo dal cretinismo parlamentare e a due passi dalla crisi delle istituzioni».

E continuava: «Vi sono problemi che riguardano l’esercizio del potere legislativo, la stabilità e l’efficacia dell’esecutivo, riadeguamento di istituti e di strutture amministrative alle nuove realtà ed alle nuove esigenze funzionali. Vanno contrastate le tendenze egemoniche dei grandi gruppi economici portati a farsi una legge propria, a ritagliarsi un regno nella Repubblica; va affrontata l’arca del privilegio corporativo e della speculazione incontrollata, vanno affermate per tutti le regole di una più rigorosa disciplina sociale».

A giugno del 1997 “l’Avanti!” pubblicava in prima pagina un suo breve “promemoria” intitolato “Rinegoziare Maastricht”: «Non è messa in discussione la costruzione europea ma il tracciato che si stava seguendo, socialmente disastroso. Non ci sono trattati che non siano rinegoziabili. Certo che prima lo si fa e meglio è» (https://internettuale.net/1626/maastricht-non-e-un-dogma-religioso-si-puo-e-si-deve-rinegoziare).

Quando nel 1992 a Genova aveva celebrato il centenario della fondazione del PSI, aveva posto dei “paletti” tuttora validi: «Si può restare nella serie A dell’Europa – aveva detto – perché, se l’Italia ha un record nel deficit pubblico, ha anche un record nel risparmio privato… Si può arrivare finalmente alle riforme istituzionali, che diano efficienza in Italia non soltanto alla società civile, che ce l’ha da tempo, ma anche al sistema politico e allo Stato…. E se non si faranno le riforme vere, si faranno le riforme finte, o si distruggerà il sistema senza averne costruito uno nuovo… Sopra un insieme di teorie si può costituire una scuola e una propaganda. Ma soltanto sopra un insieme di valori si può fondare una cultura, una civiltà, un nuovo tipo di convivenza tra gli uomini».

 

 

 

 

 

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