Stazione Spaziale Internazionale: astronauti al lavoro

Per i testi delle telefonate agli astronauti, leggete Luciano

Quelli che, forse con eccessiva enfasi, vengono chiamati “vertici dello Stato” e specificamente il presidente della Repubblica e quello del Consiglio dei ministri, fanno i turni per parlare con gli astronauti italiani che a loro volta a turno vanno in missione nella Stazione spaziale internazionale che gira a 400 chilometri dalle nostre teste a più di ventisettemila chilometri all’ora.

E che si dicono nel corso di questi conversari? Troppo facile la battuta: balle spaziali. Quelli che scrivono i testi al Quirinale e a Palazzo Chigi hanno in comune la medesima mancanza di immaginazione. A loro consiglierei di leggere Luciano di Samosata, un uomo vissuto ai tempi dell’imperatore-filosofo Marco Aurelio. Scultore fallito, si diede alla scrittura diventando famoso per gli attacchi ai luoghi comuni (contro la cultura corrente, che oggi gli intellettuali chiamano mainstream). I suoi “Dialoghi” erano impastati con forti polemiche e cotti con una satira che secoli dopo avrebbe ispirato Giacomo Leopardi (checché se ne dica sul suo conto).

Ai “vertici” di cui sopra non posso consigliare alcuna lettura perché fra un’inaugurazione, un’intervista ed un ricevimento di rappresentanza è già un miracolo se trovano il tempo di guardare un po’ di televisione. Ai loro ghostwriter, invece, raccomando caldamente la lettura di “Icaromenippo”, nella versione di Luigi Settembrini (e scusate se è poco) edita da Le Monnier nel 1862.

Il titolo è rivelatore: Icaro, il giovane che volò troppo vicino al sole facendo sciogliere la cera che teneva insieme le ali costruite dal padre Dedalo, è congiunto a Menippo, il personaggio che racconta ad un amico il suo fantastico viaggio nello spazio.

Soprattutto, dovrebbero leggere, quei ghostwriter dalla fantasia rachitica, la risposta alla domanda che tutti fanno agli astronauti. L’amico, infatti, chiede al trasvolatore: «O fortunato Menippo, che vedesti sì maraviglioso spettacolo. Ma e le città e gli uomini quanto ti parevano di lassù?».

Risponde Menippo: «Certo hai veduto talvolta un mucchio di formiche; quali entrano, quali escono, quali vanno attorno il formicaio; una caccia fuori le lordure, un’altra, afferrato un guscio di fava o un mezzo granello, corre portandolo in bocca: e pare che anche tra esse ci sieno ed architetti, e capipopoli, e magistrati, e musici, e filosofi. Le città adunque con gli uomini mi parevano formicai… Ma poichè fui sazio di vedere e di ridere, scossi l’ale, e dirizzai il volo a la magione dell’Egioco Giove e degli altri immortali».

A differenza degli astronauti sovietici che ripetevano la lezioncina comunista: «Dio, non l’abbiamo visto», Menippo vola verso la residenza del sommo Giove e delle deità che lo circondano.

Il geniale Luciano qui infila un intervento della Luna in persona.

Racconta Menippo: «Non m’era levato uno stadio, e la Luna, con una vocina di donna: O Menippo, disse, fa’ buon viaggio, e portami un’ambasciata a Giove».

«Di’ pure, risposi, un’ambasciata non pesa a portarla».

«L’ambasciata è facile, disse, è una preghiera che da parte mia presenterai a Giove. Io sono stucca, o Menippo, di udire i filosofi che ne dicon tante e poi tante di me, e non hanno altro pensiero che d’impacciarsi de’ fatti miei, chi son io, e quanto son grande, e perchè ora sono scema ed ora son piena: chi dice che sono abitata, e chi che son come uno specchio pendente sul mare, ed ogni sciocchezza che pensano l’appiccano a me. Han detto finanche che questa luce non è mia, ma è roba rubata, e me l’ho presa dal Sole; e non la finiscono, e per questo mi faran bisticciare e venire alle brutte con mio fratello; non essendo contenti di sparlare del Sole, che è una pietra, e una palla di ferro rovente».

Esplode la satira: «Eppure  – continua la Luna – io so molti dei fatti loro, e quante vergogne e sporcizie fanno la notte questi che il giorno paion santoni all’aspetto ed alle vesti, e gittano la polvere agli occhi degl’ignoranti. Io vedo tutto, e taccio, perché credo che non mi conviene a me illuminare le loro tresche notturne, e svelar quasi su la scena i fatti di ciascun di loro: anzi se ne vedo qualcuno che commette adulterio, o furto, o altra ribalderia che vuole il più fitto buio, io subito prendo una nuvola e me ne ricopro, per non mostrare agli uomini questi vecchi che svergognano la barba e la virtù».

Non lo faccio apposta, ma mi viene in mente Papa Francesco che predica tolleranza e accoglienza mentre schiaffeggia le mani di una filippina per liberarsi dalla presa. Comunque, non è l’unico. Quanti di questi mammasantissima predicano bene e razzolano male? Un modo vieto quanto azzeccatissimo di dire.

Cosa chiede Giove a Menippo?

Scrive Luciano (va ricordato che siamo nel secondo secolo e non qualche anno fa): «Cammin facendo mi dimandò di molte cose della terra, e primamente quanto costa ora il grano in Grecia, se il verno passato è stato troppo rigido, e se i cavoli vogliono maggiori piogge: dipoi se ci vive ancora alcuno de’ discendenti di Fidia, per qual cagione gli Ateniesi non gli fanno più la festa da tant’anni; se hanno intenzione di finirgli il tempio Olimpio, e se sono stati presi i ladri che gli han rubato il tempio di Dodona».

Resisto alla voglia di dilungarmi e chiudo con Giove che non crede a Menippo quando gli dice che tutti gli uomini lo rispettano: «Bah, tu mi canzoni, disse: io so bene quant’essi son vaghi di novità, ancorché tu mi dica di no. Fu un tempo quando io ero per loro e profeta, e medico, e tutto; allora ogni piazza, ogni via, piena di Giove… e il fumo de’ sagrifizii mi toglieva il vedere. Ma da che Apollo ha messo bottega di profezia in Delfo, ed Esculapio di medicina in Pergamo, ed altre botteghe Bendi in Tracia, Anubi in Egitto e Diana in Efeso, tutti corrono là, e vi fanno le gran feste, e vi portano le ecatombe: e a me, che sono già uscito di moda, credono di farmi onore bastante con un po’ di sacrifizio ogni cinque anni in Olimpia…».

Manco Luciano avesse gettato uno sguardo sul nostro presente.

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