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Leopardi: gli Italiani passano il tempo a sfottersi e a criticare

Quanto vale la cosiddetta pubblica opinione? Negli Stati Uniti, per esempio, incide parecchio. Ma in Italia? Giacomo Leopardi, grande poeta e saggista (anche di recente maltrattato dal cinema…) in un saggio intitolato “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani” (è del 1824, ma è di una sconcertante attualità) scrisse: «L’opinion pubblica è di niun conto per se stessa e perché poco o nulla influisce sulla persona, sulla fortuna e sui beni o mali, sulla felicità o infelicità dell’individuo, ed è cosa di niuna sostanza, e sta più nell’immaginazione che nel fatto… è regolarmente incerta e senza regola; incostante nei principii e nelle applicazioni; varia e mutabile ogni giorno intorno a uno stesso individuo, a una stessa azione, o qualità; le più volte ingiusta favorevole al male e a’ mali, contraria al bene e a’ buoni; sempre incapace di essere preveduta, proccurata con mezzi sicuri, e fissata ancor dopo ottenuta». Uno sguardo ai social e si vede questa mutante opinione pubblica saltellare in mezzo alle più diverse tonalità di rabbia e delusione, di volgarità e frustrazioni.

Leopardi aggiungeva: «…come l’opinion pubblica, così la vita non ha in Italia non solo sostanza e verità alcuna, ma né anche apparenza, per cui ella possa essere considerata come importante. Or la vita degl’italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente». Non c’erano la crisi dell’Alitalia e di Taranto,  né c’erano ponti che crollavano e le strade-groviera… eppure nell’anno 1824 già gli Italiani vivevano nel presente, nell’effimero direbbe Nicolini se fosse vivo.

Un tratto accomunava tutti duecento anni fa e accomuna oggi grandi e piccoli: il cinismo. «Le classi superiori d’Italia – annotava Leopardi – sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci».

Non c’erano i Crozza e le Iene, ma anche allora, scriveva Leopardi: «Per tutto si ride, e questa è la principale occupazione delle conversazioni… il più del riso è sopra gli uomini e i presenti. La raillerie (lo sfottò; ndr) il persifflage (la battutina; ndr) occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca». Nei salotti e nei bar, quelli che hanno la battuta pronta, che s’esibiscono in giochi di parole, che brandiscono doppi sensi e mascherano le offese con ammiccamenti e strizzatine d’occhi, ebbene costoro trovano sempre un uditorio. «Chi si distingue in essa – rimarcava Leopardi – è fra noi l’uomo di più mondo, e considerato per superiore agli altri nelle maniere e nella conversazione, quando altrove sarebbe considerato per il più insopportabile e il più alieno dal modo di conversare. Gl’Italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente…».

Le conseguenze si vedono oggi in una società disastrata che il poeta della Ginestra è certo non avrebbe immaginato nemmeno nei momenti di più buio pessimismo. Egli già avvertiva: «Sono incalcolabili i danni che nascono ai costumi da questo abito di cinismo… il vedersi sempre in derisione per necessità produce una disistima di se stesso e dall’altra parte un’indifferenza a lungo andare sulla propria riputazione».

«Ciascuno combattuto e offeso da ciascuno – insisteva Leopardi – dee per necessità restringere e riconcentrare ogni suo affetto ed inclinazione verso se stesso, il che si chiama appunto egoismo, ed alienarle dagli altri, e rivolgerle contro di loro, il che si chiama misantropia».

«Gli usi e i costumi in Italia – constatava con amarezza – si riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l’uso e il costume proprio, qual che egli si sia. E gli usi e costumi generali e pubblici, non sono se non abitudini… senz’attaccarvi importanza alcuna, senza che l’animo né lo spirito nazionale, o qualunque, vi prenda alcuna parte, considerando per egualmente importante il farla che il tralasciarla o il contraffarle, non tralasciandola e non contraffacendole appunto perché nulla importa, e per lo più con disprezzo, e sovente, occorrendo con riso e scherno di quel tal uso o costume».

E concludeva: «…non ci maraviglieremo punto che gl’italiani la più vivace di tutte le nazioni colte e la più sensibile e calda per natura, sia ora per assuefazione e per carattere acquisito la più morta, la più fredda, la più filosofa in pratica, la più circospetta, indifferente, insensibile, la più difficile ad esser mossa da cose illusorie, e molto meno governata dall’immaginazione neanche per un momento, la più ragionatrice nell’operare e nella condotta, la più povera, anzi priva affatto di opere d’immaginazione (nelle quali una volta, anzi due volte, superò di gran lunga tutte le nazioni che ora ci superano), di poesia qualunque (non parlo di versificazione), di opere sentimentali, di romanzi e la più insensibile all’effetto di queste tali opere e generi (o proprie o straniere)».

A scuola ci fanno studiare il “Passero solitario” e nulla ci dicono di Leopardi saggista. Ancora impera la lezione crociana sul pessimismo cosmico. A non parlare delle forzature – che più a fosche tinte non si può – per quanto riguarda i rapporti padre-figlio.

Ma di Monaldo Leopardi vale la pena parlare e non mancherà l’occasione.

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