Prima / FOCUS / Documenti / Benito Mussolini: ecco perché ho fede nell’avvenire d’Italia

Benito Mussolini: ecco perché ho fede nell’avvenire d’Italia

Navigare necesse”. Così il giornalista Benito Mussolini intitolò l’articolo pubblicato il 1° gennaio del 1920 su “Il Popolo d’Italia”.  Spero che riproporne alcuni passaggi non mi procuri l’accusa di ricostituzione del partito fascista o di istigazione alla violenza, al razzismo etcetera ecceterone. Quando confezionavo il quotidiano “l’Avanti” ed avevo scambi di telefonate e di fax con Bettino Craxi rifugiato in Tunisia, fui oggetto di molte proteste (in ogni schiera, per quanto piccola, non mancano mai degli esagitati duri e puri…) perché cominciai a pubblicare in prima pagina alcuni brevi estratti di articoli che il socialista Mussolini aveva scritto su “l’Avanti”. L’iniziativa non era stata mia: Craxi sceglieva personalmente i brani da pubblicare. All’epoca il presidente era gravato da pesantissime accuse e nessun magistrato pensò di incriminarlo per attività fascista. C’è poco da ridere su Craxi fascista. Quelli erano tempi che perfino le medaglie d’oro della resistenza, come Edgardo Sogno, erano prese di mira da democratici magistrati costantemente a caccia di fascisti.

C’è da dire anche che sul giornalista Mussolini non c’è alcunché da ridire: nemmeno il più talebano tra i suoi odiatori ha mai contestato la sua professionalità.

«Un anno è finito. Un anno incomincia. – scriveva Mussolini in quel capodanno di cent’anni fa – Un’altra goccia è caduta a perdersi nell’oceano infinito del tempo che non passa, perché siamo noi che passiamo. E i cronisti, in quest’ora che richiama echi sentimentali, si affrettano a ricapitolare, in tutte le manifestazioni salienti della vita individuale e collettiva, l’anno che fu».

E continuava: «Tutta Europa, e non soltanto l’Italia, è stata percorsa e scossa dai “bradisismi” sociali. Il movimento continua e il travaglio oscuro e tormentoso dei popoli all’interno e all’esterno non è cessato. Ha delle soste e delle riprese acute; modifica, attenua o esaspera le sue espressioni, ma l’equilibrio psicologico non è ancora dovunque raggiunto. La crisi economica è aggravata da una vera e propria crisi di nervi. Noi non ci facciamo illusioni. Non entriamo nel 1920 con la speranza che le cose ritorneranno nella normalità. Anzitutto: in quale normalità? Nuove e fiere lotte ci attendono, poiché molti dei problemi che furono posti devono essere risolti o negati. Comunque, non ci associamo al pessimismo imbelle e nemmeno ci lusinghiamo in un ottimismo panglossiano».

«Qualcuno si meraviglia della nostra incrollabile fede nell’avvenire del popolo italiano. Si tratta, in genere, di individui affetti da “masochismo” nazionale. Oppure, di persone che vedono soltanto il lato più rumoroso e superficiale dell’attività nazionale e da quello appaiono ipnotizzate. Quella che si chiama “politica” non è che una parte, nella vita complessa di una collettività umana. Al di sotto o al di sopra di quella detta comunemente “politica»” ci sono mille forme d’attività — silenziose e ignorate — che avviano un popolo alla grandezza».

Mussolini spiegava perché credeva nell’Italia: «Al di là e al di sopra degli schiamazzatori parlamentari e comiziaioli, ci sono alcune centinaia di migliaia di persone che “lavorano”… ci sono degli uomini che si affaticano su gli alambicchi, che “ricercano” nella materia inerte le fonti vive della ricchezza, che “osano”, che trafficano, che navigano, che producono; e quest’ultima parola non va intesa nel gretto senso materialistico delle “cose”, ma in quello più alto che abbraccia tutti i valori della vita: il poeta, il musicista, l’artista, il filosofo, il matematico producono e produce anche l’astronomo che dalla sua specola remota segue e scruta gli innumerabili mondi stellari».

Anche oggi siamo ipnotizzati dalle percentuali del Pil, dal tasso di disoccupazione, dai numeri di un’economia sconquassata e non prestiamo la benché minima attenzione a chi lavora e crea e produce.

«I nomi di tutti questi individui – sottolineava Mussolini – non escono quasi mai dal ristretto cerchio della loro scuola, della loro categoria, del loro cenacolo; non corrono sui giornali, se non in occasioni rarissime, ma tuttavia è a questi produttori della materia e dello spirito che le fortune sostanziali e immanenti della nazione sono affidate. Per l’anno nuovo, noi prendiamo, quale parola d’ordine, il motto che prima di essere dell’anseatica Brema, fu di Roma imperiale: navigare necesse».

E qui anticipava uno dei capisaldi della sua politica di governo: «Che l’Italia di domani debba “navigare” va diventando verità acquisita alla coscienza italiana: non la croce vorremmo vedere sullo stemma nazionale, ma un’ancora o una vela. È assurdo non gettarsi sulle vie del mare, quando il mare ci circonda da tre parti. Ci sono anche in questo campo dei “frigidi pessimisti” dall’anima perdutamente e irrimediabilmente libresca, che sollevano delle obiezioni e dei dubbi: poveri di spirito che saranno sorpassati dalla realtà dei fatti».

L’anima fascista è tutta in questo periodo: «Noi abbiamo stracciato tutte le verità rivelate, abbiamo sputato su tutti i dogmi, respinto tutti i paradisi, schernito tutti i ciarlatani — bianchi, rossi, neri — che mettono in commercio le droghe miracolose per dare la “felicità” al genere umano… Non crediamo a una soluzione unica — sia essa di specie economica o politica o morale — a una soluzione lineare dei problemi della vita, perché — o illustri cantastorie di tutte le sacrestie — la vita non è lineare e non la ridurrete mai a un semento chiuso fra bisogni primordiali».

E concludeva: «Ma, intanto, navigare necesse. Anche contro corrente. Anche contro il gregge. Anche se il naufragio attende i portatori solitari e orgogliosi della nostra eresia».

La frase originale la troviamo nella vita di Pompeo scritta in greco da Plutarco e diffusasi nella sua traduzione in latino: «Navigare necesse est, vivere non necesse» (Navigare è necessario, vivere non è necessario).

In ogni caso, tutto dipende da quale sia la chiesa che ti definisce eretico. A tacere del fatto che ci sono eresie più di altre dure a morire.

CONDIVIDI

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close