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Salvini vaso di coccio: filorusso, filoamericano, filoisraeliano

Matteo Salvini che scrive: «Io sto con Putin», «Grazie Trump», «Gerusalemme capitale» mi fa venire a mente il povero Don Abbondio, vaso di coccio stretto fra vasi di ferro. Da una parte, la stampa “illuminata” accusa il leader della Lega di essere in combutta con il presidente russo e di fare in Russia affari sporchi di petrolio. Dall’altra, i fiancheggiatori di Tel Aviv, come Giuliano Ferrara, mettono in guardia Israele dai falsi amici come Salvini. In più ci sono quelli che gli rimproverano di essere un servo degli americani.

Di sponde forti in Europa, Salvini non ne ha. Lontano mille miglia dalla cultura kamikaze, cerca di infilarsi (a volte maldestramente) nelle stanze ovattate degli inciuci internazionali. Da quando la Cia ha fatto uscire le registrazioni relative ad un incontro “riservato” tra leghisti e russi per uno scambio “petrolifero”, Salvini s’è maggiormente convinto di un fatto: le cose di casa nostra le decidono i padroni a una e più stelle.

I colloqui di Mosca è ovvio che siano stati gli americani a farli venir fuori. Oppure gli israeliani; ma di sicuro non sono stati i russi. Il messaggio è chiaro: Troppo legato a Putin, amico mio. Cerca di prendere le distanze, o ti facciamo a fettine.

Salvini ha un sacco di problemi con la giustizia. È noto che in Italia la magistratura indipendente e sovrana (non è più un Ordine come scritto in Costituzione, ma è un potere) non faccia politica. I magistrati non decidono chi si può candidare, né possono far cadere un governo. Non hanno la forza di buttar giù da cavallo chi galoppa senza il loro consenso. Il magistrato obbedisce alle leggi e non le contesta se non gli garbano. Il privilegio dell’azione penale obbligatoria non lo esercita per fare carriera in politica. Ciò non toglie che il leader leghista stia sempre sul patibolo per essere impiccato (qui in Calabria i sinistri contano, per vincere, su un provvidenziale intervento manettaro).

A novembre scorso, le batterie del gruppo passato di recente da De Benedetti alla tribù Agnelli-Elkan (il passaggio è soltanto di quattrini, lo schieramento non muta) hanno sparato contro Salvini raccontando di un incontro di Giorgia Meloni con l’ambasciatore statunitense Lewis Eisenberg (anche qui la tribù è la stessa) per sostituire la leader di Fratelli d’Italia all’inaffidabile capo leghista. «Il presidente americano – scrive il cronista –  non si fida di chi ha intavolato relazioni intense con Mosca».

Le cannonate dirette contro Gianluca Savoini (creatore dell’associazione Lombardia-Russia) prendono di rimbalzo anche il Centro russo di scienza e cultura (sede a Roma, dal 2011 a Palazzo Pasolini dall’Onda, a quattro passi da Campo dei Fiori). Salvini, canta il coro di cui sopra, deve scegliere: non può mirare ad avere l’appoggio di Trump nelle trattative con Bruxelles, se non trancia il filo moscovita.

Fra parentesi: gli americani temono la strategia tedesca; a loro fa comodo un’Europa divisa fra singoli interlocutori.

A navigare su internet, si trova di tutto. Un Freda salviniano, per esempio. “Dire”, un’agenzia di stampa vicina al Pd, pubblica un’intervista all’editore più incriminato al mondo. Sul sito di Tassinari leggiamo questa dichiarazione di Freda: «Se dovessero esserci ancora soluzioni politiche, Salvini è l’unico che può trovarle. È il solo in grado di procrastinarci un certo destino… un fato che potrebbe risolversi con un’azione militare. E nel Mediterraneo e in Europa c’è un solo Stato che ha la possibilità di applicare una soluzione di questo tipo, è lo Stato di Israele. Ma non posso dirlo in piazza perché mi accuserebbero di tradimento… io, notoriamente un antisemita, così almeno vengo definito» (http://www.fascinazione.info/2018/11/freda-salvini-e-quella-strizzata.html).

Insomma, c’è di tutto. L’obiettivo è scavare la fossa a Salvini. Ma il vaso di coccio è… cocciuto e non si arrende. Perciò dice di tutto un po’.

In un’intervista al “Washington Post”, racconta: «Sono andato ad un comizio di Trump in Pennsylvania durante la campagna elettorale, e apprezzo il suo portare avanti quello che aveva promesso agli elettori, come ha fatto quando ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele». Alla domanda del cronista «Lei è a favore di questo?», risponde «». Da ministro nel governo giallo-verde propone di spostare anche l’ambasciata d’Italia da Tel Aviv a Gerusalemme. E adesso su Facebook ringrazia Trump: «Donne e uomini liberi, alla faccia dei silenzi dei pavidi dell’Italia e dell’Unione Europea, devono ringraziare Trump e la democrazia americana per aver eliminato uno degli uomini più pericolosi e spietati al mondo, un terrorista islamico, un nemico dell’Occidente, di Israele, dei diritti e delle libertà». Sono lontani i tempi quando pubblicava sulla sua pagina facebook sue foto con il presidente russo Putin accompagnate dalle parole: «Io sto con lui» (https://www.direttanews.it/2015/05/09/salvini-sta-con-putin/).

Se fosse un politico addestrato in sacrestia, sarebbe più accorto. Per decenni, politici come Giulio Andreotti hanno sviluppato strategie filoarabe senza far incazzare Israele e filorusse impiantando la Fiat a Togliattigrad nonostante il veto americano. Quelli erano vasi di coccio con alle spalle una millenaria tradizione di ambiguità e astuzia. Salvini ha soltanto Salvini su cui contare. Ed è poco. Veramente poco.

 

 

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