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Trasformismo. La politica è un’arte per artisti autentici

L’era del twitter non consente meditazioni e/o approfondimenti. A parte le sciocchezze che rimbalzano acquistando sapore di verità nelle reiterazioni, il guasto maggiore lo causa la convinzione di trovarsi di fronte a cose mai viste. I primi ad essere ignoranti in materia sono i cosiddetti rappresentanti del popolo. Mi soffermo su una sola questione: quella del “salto della quaglia”, del “cambio di casacca”, del “tradimento”… insomma del trasformismo come s’usava dire fin dall’Ottocento.

Quando un parlamentare passa da uno schieramento all’altro, è un coro di indignazione e di vituperi. Poveri cialtroni ignoranti che strillano stupidaggini tipo “non s’è mai visto”, “abbiamo toccato il fondo”, “è un mercato delle vacche”… lamentando l’immoralità di chi non rispetta gli impegni presi. Qualche scioccherellone più isterico di altri pretende a gran voce che sia riformata la Costituzione là dove garantisce l’attività del parlamentare senza vincolo di mandato. Abolita questa tutela – sostengono soprattutto i nostalgici stalinisti – nessuno potrà più cambiare partito se vorrà restare in Parlamento. È grazie a questi sommi ciucci che twitter impera e fa tendenza.

Il trasformismo – fatevene un ragione – è parte integrante di un’assemblea elettiva. Senza andare indietro fino all’Ecclesia ateniese o al Senato romano, basta soffermarsi sul giorno nel quale nacque la parola “trasformismo”. La culla fu Stradella, Comune in provincia di Pavia, e la data è l’8 ottobre del 1882. Quel giorno, il presidente del Consiglio dei ministri Agostino Depretis tenne un discorso che confermò la politica che stava perseguendo e cioè di mischiare Destra e Sinistra in un solo blocco Centrista.

L’idea di abbattere gli steccati non è copyright di un Renzi o di altri politicanti clonati. Depretis (8 volte presidente del Consiglio, una volta di più di Giulio Andreotti) aveva capito che alle elezioni la Sinistra, della quale era uno dei massimi esponenti, avrebbe perso se non avesse stretto accordi con la Destra, e perciò provocò un terremoto cristallizzato in questa frase: «Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?».

Cosa sono stati il “centrosinistra”, il “compromesso storico” e via “trasformando” se non operazioni sul modello depretisiano? La innaturale alleanza Lega-Cinquestelle non è stata ennesima prova di trasformismo? E l’attuale governo? A non parlare di un presidente del Consiglio che ha battuto tutti i record di trasformismo: si licet parva… Giuseppe Conte è un degno epigono di Talleyrand. Il paragone è eccessivo, Conte è un nano a fronte di quel gigante (https://internettuale.net/90/talleyrand-non-ce-peccato) ma sarebbe una fortuna per l’Italia se fosse più di un mediocre occupante di poltrone e applicasse il camaleontismo per il bene comune come fece il francese per la Francia.

Vogliamo parlare della stagione del “consociativismo”? della pratica della “lottizzazione”? Qualcuno potrebbe sostenere che l’attuale crisi politica non abbia somiglianze nel passato? Quando un sistema si avvita su se stesso, come una nave di ferro pilotata da una bussola magnetica, senza trovare soluzioni se non effimere, ce la vogliamo prendere con i “voltagabbana”?

Da ogni parte spuntano soloni da bancarella che invocano una nuova legge elettorale. In Parlamento, giacciono a decine le proposte di riforma elettorale. All’interno di ciascun partito/movimento/accrocco si agitano “riformatori” in reciproca concorrenza. In breve: ciascuno sogna una riforma su misura per farsi rieleggere. Semplicistico? Qualcuno, per favore, mi smentisca.

Dietro e sopra questi “riformatori” da fiera paesana, c’è un deep state (https://internettuale.net/2711/deep-state-contro-il-mostriciattolo-gialloverde) che non vuole rischiare nemmeno di imitare il “gattopardo” Tancredi, al quale Giuseppe Tomasi di Lampedusa fa dire: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Ai povericristi eletti è consentito di cambiare una legge elettorale, null’altro.

C’è chi (soprattutto a sinistra) si sente ontologicamente superiore ai “camaleonti”. Sono presuntuosi illusi giacché nessuno è rimasto “fedele”. Di eccezioni non ne vedo: i “salti della quaglia” dal Pci al Pds e poi Ds e poi Ulivo e poi Pd… li hanno fatti tutti.

La piantino di alzare il sopracciglio e smorfieggiare disgustati (https://internettuale.net/1111/i-partiti-duri-a-morire-la-spa-montisoci-e-quelli-che-aspettano-masaniello). La politica è un’arte e la debbono praticare gli artisti autentici. Un esempio, credo, basti per tutti. Giuseppe Mazzini, Padre della Patria, protagonista del Risorgimento, rigoroso repubblicano… etcetera ecceterone un giorno decise che la situazione era tale che non si poteva andare troppo per il sottile. Cosa fece questo campione dell’Unità d’Italia? Si rivolse al Papa. Sissignori. Per lui l’unificazione era un traguardo da raggiungere con qualsiasi mezzo. Nella lettera (ed. Bailly, Parigi, 1847), Mazzini sottolineava: «L’Europa è in una crisi tremenda di dubbi e di desiderio», ricordava che «ogni manifestazione di vita Italiana è stata manifestazione di vita Europea, e che, sempre, quando cadde l’Italia, l’Unità morale Europea cominciò a smembrarsi nell’analisi, nel dubbio, nell’anarchia» e chiedeva a Pio IX: «Unifìcate l’Italia, la patria Vostra. E per questo non avete bisogno d’oprare, ma di benedire chi oprerà per Voi e nel Vostro nome. Raccogliete intorno a Voi quelli che rappresentano meglio il partito Nazionale».

Dopo due anni occupò Roma, mise in fuga il Papa e fece la Repubblica Romana. Anche Mazzini trasformista? E allora?

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