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Una strada di plastica in Sudafrica

Asfalto di plastica per le buche. A Durban. E a Roma?

Anche in Sudafrica le buche sono la croce degli automobilisti. La “South african road federation” ha calcolato che ogni anno gli utenti delle strade spendono circa 3 miliardi di dollari e mezzo per riparare i danni causati dalle buche. Non so quanti soldi spendano gli automobilisti per le buche a Roma e non sono aggiornato sul numero delle cause aperte contro il Campidoglio. Le buche sudafricane, però, vengono tappate in maniera ecologica. Il sistema usato dovrebbe interessare molto l’attuale amministrazione capitolina tutta “erba e animali”. Un’azienda, la “Shisalanga Construction” ha messo a punto un sistema per utilizzare le bottiglie di plastica come tappabuche. Per rifare 400 metri di strada alla periferia di Durban (sono sempre le periferie le aree maggiormente… bucate) ha usato asfalto prodotto con circa 40 mila bottiglie di plastica. Il costo è più o meno lo stesso, ma secondo gli ingegneri di “Shisalanga” alla lunga ci sarà un grande risparmio perché le strade di plastica durano vent’anni di più.

I particolari tecnici della trasformazione della plastica in “eco asphalt” si trovano su http://shisalanga.com/news. La notizia è che è possibile usare i rifiuti di plastica per costruire qualcosa. Oppure per far marciare i motori fino a quando i nuovi sistemi non saranno universalmente diffusi. Una società svizzera, “Grt Group”, ha messo a punto una tecnologia per tirar fuori circa 900 litri di carburante da una tonnellata di plastica. Gli interessati alla tecnologia possono cliccare https://grtgroup.swiss/it/, ma il dato è che potremmo smetterla di piangere sui trilioni di rifiuti in plastica che inquinano gli oceani, che invadono le nostre città e che non sono smaltibili a basso costo. Si lanciano sogni su un mondo libero dalla plastica quasi che il sacchetto di carta non sia ugualmente dannoso dal punto di vista ambientale e facendo finta che anche nei due terzi del mondo non ancora industrializzato (l’usuale termine “sviluppato” è esagerato) la plastica sarebbe messa al bando.

In attesa di un mondo tutto pulito e splendente come la casa della casalinga perfetta (ma dove sta? pure lei è sparita…), trasformiamo la plastica in carburanti o in asfalto oppure in mille altre cose, ma facciamolo. Senza aspettare miracoli.

Non si tratta soltanto delle buste di plastica del supermercato. Guardatevi intorno. La tastiera e il pc che sto usando sono in gran parte di plastica. Se faccio un giro per casa, trovo plastica al cesso e in cucina, sul balcone e in soggiorno, in camera da letto e nel ripostiglio. Usiamo oggetti di plastica perché sono comodi, costano poco e non ci dispiace quando li gettiamo via. E allora? Il 40% della plastica usata va in discarica, il 32% finisce disperso per strada, il 14% è bruciato negli impianti appositi, un altro 14% è recuperato, ma soltanto l’8% è riciclato.

Con questi numeri, non si va da nessuna parte. Mentre i talebani ambientalisti sognano il “plastic free” e bloccano la costruzione degli impianti di incenerimento, diamo grossi incentivi alle aziende che sanno come produrre cose utili dai rifiuti di plastica.

Se gli svizzeri di “Grt Group” e i sudafricani di “Shisalanga Construction” fossero incentivati a lavorare in Italia, dove ogni anno si accumulano 150 mila tonnellate di rifiuti in plastica, non sarebbe un passo nella giusta direzione? Guadagnerebbero un sacco di soldi? Vero, ma noi ci guadagneremmo in pulizia. O no?

 

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