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50°LdP. Le bombe di dicembre. I capri Valpreda e Freda

Cinquant’anni fa, il 12 dicembre del 1969, in una sola ora (tra le 16,30 e le 17,30) scoppiarono la bomba nella Banca nazionale dell’agricoltura a Milano, la bomba alla Banca nazionale del lavoro a Roma, e due bombe al Vittoriano a Roma. Non esplose una quinta bomba, lasciata nella Banca Commerciale, in piazza della Scala a Milano. Oggi ricordiamo soltanto la bomba di piazza Fontana perché fece una terribile strage (17 morti e 88 feriti), ma per comprenderne l’autentico “messaggio” va ricordato che gli attentati di quel giorno erano stati sincronizzati. Si possono escludere i “colpevoli” che furono di volta in volta schiaffati in prima pagina com’è destino dei mostri (https://internettuale.net/3473/50-ldp-quando-litalia-era-spaventata-dalle-bombe-politiche). A Lotta di Popolo avevamo capito che il nemico stava alzando il livello e che da quel momento in poi qualunque provocazione sarebbe stata possibile. Nonostante la nostra sicurezza (avevamo un servizio interno non deciso da nessuno e non registrato da nessuna parte) di essere protetti da infiltrati e/o provocatori, c’era anche da tenere presente che c’erano città (per esempio Napoli e Bergamo) dove non avevamo nessun sensore in grado di captare cose “strane”. Le probabilità che il cappio intorno al nostro collo fosse stretto altrove, cioè dove non avevamo strumenti di difesa, erano più alte (https://internettuale.net/3365/50-ldp-1969-le-bombe-contro-le-azioni-politiche).

Le preoccupazioni per l’ondata repressiva in arrivo diventarono ad un certo punto talmente forti (e pressanti) da deciderci per l’autoscioglimento. Quella fine d’anno, comunque, ci vide tutti d’accordo a rafforzare la nostra azione politica e dopo nove mesi nacque ufficialmente l’Organizzazione. Ma vado fuori tema e torno alle bombe. La nostra posizione la mettemmo nero su bianco nel corso degli anni perché le cosiddette indagini per scovare i colpevoli non finivano mai. Bisognava sostenere la teoria degli opposti estremismi, sicché un giorno dal colpevole Valpreda si passò al colpevole Freda. Ed ecco alcunio stralci di cosa scrivemmo sotto l’inequivocabile titolo “Freda e Valpreda sono innocenti”:

«Per quanto ci riguarda, noi siamo convinti che Pietro Valpreda è innocente: lo abbiamo sostenuto fin dal ’69. Una operazione tecnicamente complessa ed impegnativa, come quella portata a compimento il 12 dicembre 1969, presuppone un’altra mentalità ed organizzazione che non quella dei ragazzini del “22 marzo”. Presuppone un’altra tempra ed un altro “fegato” che non quello degli ingenui liceali amici di Valpreda, il cui “curriculum” rivoluzionario e terroristico si esaurisce con quattro sassi alla vetrina della Minnesota ed un paio di Molotov (se è poi vero) in qualche manifestazione.

Cinque bombe in cinque posti diversi e tutte ad alto potenziale, in due città abbastanza lontane come Roma e Milano, sono opera di un gruppo compatto e di lunga esperienza. Basta pensare ai soldi che occorrono per muoversi, per coinvolgere gente, per mettere a punto un meccanismo organizzativo che alla prova del fuoco dovrà dimostrarsi perfetto; basta pensare alla difficoltà obiettiva di reperire tanto esplosivo.

Ma per le stesse motivazioni “tecniche” diciamo chiaramente che siamo pronti a giurare sull’innocenza di Giorgio Freda. E’ curiosa l’analogia con la montatura del “22 marzo”. Lì c’era un poliziotto travestito da anarchico, tale Salvatore Ippolito, che al momento giusto è saltato fuori a fare la parte del grande accusatore. Qui c’è un personaggio, Giovanni Ventura, notoriamente legato a filo doppio con il Psi e con alcuni dei suoi uomini più rappresentativi sul piano culturale su quello politico locale, ed al momento opportuno questo personaggio salta fuori ad accusare il “fascista” Freda fornendo come alibi per se stesso il fatto di essere un agente rumeno. 

Vogliamo dire con chiarezza che un disegno della dimensione di quello che ha portato alla strage di Piazza Fontana non nasce in provincia. Non nasce a Padova fra una libreria ed un bar. Nasce dove il potere in una maniera o nell’altra c’è già. A chi ingenuamente o in mala fede va sostenendo la tesi del “colpo di Stato” ordito da Giorgio Freda e dai suoi amici padovani, vogliamo ricordare la felice sintesi che, degli interessi che muovono un “colpo di Stato”, ha tracciato Curzio Malaparte: il colpo di Stato è un’operazione condotta a termine da un gruppo di potere contro un altro o altri gruppi di potere. E’ una fazione della classe dominatrice che si rafforza a danno di un’altra e di volta in volta potrà trovare il proprio punto di forza nell’esercito, nella polizia o in qualche altro dei “corpi separati”. Altro che libreria “Ezzelino”.

La verità è che sia la divisione in innocentisti e colpevolisti sul caso Valpreda, sia la spasmodica ricerca di piste alternative a quelle inventate dalla destra, ha fatto il gioco dei mandanti della strage. Una volta dimostrata la fatuità della “pista rossa”, il fatto che ci fossero una “pista nera”, una “bianca”, e persino una “blu Savoia” (la sta costruendo il magistrato toscano che indaga sul caso Lavorini e l’ha propagandata l’ineffabile “Panorama”) aumenta la confusione, rende più difficile la ricerca della verità e prepara psicologicamente l’opinione pubblica a ritenere chiuso, con la liberazione di Pietro Valpreda, il capitolo apertosi a Piazza Fontana.

Per Freda il discorso è diverso. Animatore di un gruppo che per la sua collocazione politica non riscuote simpatie né a destra né a sinistra, Franco Freda rischia di passare ancora lunghi anni in carcere. “Franco Freda è un nazimaoista”, dicono. E sintetizzano così i due spauracchi del ventesimo secolo: Hitler e Mao, il nazismo e il “pericolo giallo”».

Avevamo anche indicato i mandanti in base a inchieste varate all’estero e informazioni dall’interno. Scrivemmo: «...Giuseppe Saragat, una volta indicato dal “Guardian” e dal “Nouvel Observateur” come il mandante morale della strage di Piazza Fontana». Ci sono segreti duri a morire.

 

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