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Negazionismo e revisionismo sono necessari alla Storia/Verità

La prima volta che il negazionismo mi ha punito è stata in seconda media, quando arrivò un supplente di italiano latino storia che era un fiero risorgimentalista. Io avevo cominciato a leggere biografie, parecchio romanzate, di famosi briganti che avevano fronteggiato l’invasione piemontese. Ero stato a Roma: mia madre era stata operata dal famoso cardiochirurgo Pietro Valdoni. Nelle ore in cui ci cacciavano dall’ospedale (le monache erano terribili anche se rimpiango a volte la loro efficienza) mio padre ci portava, a me e mio fratello più piccolo, a vedere Roma. Sul Gianicolo, sotto la statua di Giuseppe Garibaldi, c’era tanto di targa massonica. Mi prese un colpo: era la prova provata che era stata la Massoneria il motore del Risorgimento. Tornato a Salerno, dormii malissimo, ero emozionato e mi ripetevo cosa avrei detto il giorno dopo in classe.

Mi alzai e chiesi il permesso di parlare. Il prof mi anticipò dicendomi che ero scusato per non aver fatto i compiti e facendomi gli auguri per mia madre. Io ringraziai e continuai: «Garibaldi era un capo massone…». Urlando il prof mi cacciò dall’aula. Non c’erano i telefonini e mio padre s’era rifiutato di sprecare uno scatto per fotografare una stupida targa.

Il mio negazionismo/revisionismo (adesso arricciano il naso i so tutto del capello in quattro) era stato violentemente zittito. Funziona sempre così, da quando gli uomini si sono messi a pensare. Capita costantemente un ipse dixit che tronca una discussione, dissertazione, analisi…

Non ci si può fare niente. Tocca aspettare, perché il tempo è galantuomo, come si diceva una volta.

In poche righe la stampa dei vincitori diede la notizia della morte di Bonaparte, mentre in Francia i bonapartisti venivano perseguitati (Edmond Dantès, il conte di Montecristo, fu uno dei miei primi eroi moderni) incarcerati impiccati fucilati. Quando le passioni di parte si placarono, la Francia ebbe la forza di reclamare la salma di Napoleone per onorarlo con un monumento (Les Invalides) che soltanto un senzasangue guarda senza emozionarsi.

C’è uno scrittore norvegese Knut Hamsun (ogni tanto ne rileggo qualcosa), premiato con il Nobel per la letteratura, che fu internato in manicomio per aver scritto un elogio funebre di Adolf Hitler. In Italia, il poeta Ezra Pound fu messo a cuocere in una gabbia di ferro perché era stato un convinto sostenitore del Fascismo. Di esempi analoghi ne potrei fare veramente tanti, ma bastino questi a dimostrare che le vendette dei vincitori a volte sono più che barbare. I faraoni egiziani insegnarono ai Romani la pratica della damnatio memoriae. Quando un faraone voleva cancellare la memoria di un suo predecessore, ne faceva scalpellare il nome da templi e obelischi. Le sue statue venivano distrutte o “truccate”.

L’uomo è fatto così. Di tanto in tanto, ci imbattiamo in uomini superiori come Giulio Cesare, il quale fece bruciare l’archivio dello sconfitto Pompeo per non dover stilare sanguinose liste di proscrizione. Perdonò anche a Bruto, figlio di Servilia, una delle sue amanti più longeve, e ci rimise la pelle. Perfino i grandi uomini fanno una brutta fine quando ascoltano la voce del cuore.

Solitamente, ci si vendica. Tanto per fare un esempio, è da poco che stanno emergendo notizie di stragi ad opera di partigiani o supposti tali. La caccia al fascista andò avanti ben oltre la fine della guerra. Con i comunisti è inutile ragionare. Quand’ero al ginnasio, c’era un feroce comunista figlio di un professore più feroce (sia come comunista che come insegnante) che mi gettava tra i piedi i tremila cadaveri degli ufficiali polacchi sterminati a Katyn. All’epoca l’ufficio stampa di Stalin aveva denunciato quella strage come ennesimo crimine nazista. Ci son voluti parecchi anni per ristabilire la verità. Il lavoro del negazionista/revisionista è questo: investigare, scovare documenti sepolti dall’incuria, stabilire la verità di un accadimento. Mommsen, lo storico-filosofo (niente che vedere con certi “filosofi” e “storici” dei nostri giorni) tedesco, scoprì errori nelle relazioni di gente del calibro di Tacito, di Livio, di Svetonio… quella legione, correggeva il tedesco, quell’anno non stava in Pannonia come scrive Livio, ma in Sicilia.

Da adulto, cioè da vecchio, la lettura di molti testi mi ha rivelato errori commessi anche da Mommsen. La Storia non è scritta sulla pietra come le tavole di Mosè. È soggetta a negazionismo e revisionismo. Non voglio approfittare della pazienza di chi ha avuto la ventura di leggermi, ma una noterella a proposito dei cosiddetti Dieci Comandamenti la voglio aggiungere.

Come capita ai testi ipercitati, a leggerli sono in pochissimi. Al catechismo insegnano (fanno fede i premi da me raccolti nei concorsi Veritas) così gli ultimi due comandamenti: “Non desiderare la donna d’altri” e “Non desiderare la roba d’altri”. In realtà sta scritto (Esodo, 20, 17): «Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo». A parte il fatto che la Bibbia mette la casa prima della moglie, non aveva forse ragione Mao quando insegnava che si vinceva uccidendo il nemico e il porco del nemico? Ma questo è un altro capitolo.

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