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50°LdP. Il sangue irlandese versato per l’indipendenza

L’Irlanda del Nord è tornata per un po’ sui media italiani per la faccenda dei confini determinati dalla Brexit, cioè dall’uscita britannica dall’Unione europea. È facile immaginare l’enorme traffico di beni che si muoverebbe dall’europea Dublino all’ex europea Belfast. Per molti anni, l’Irlanda del Nord è stata insanguinata dalla guerriglia indipendentista. L’esercito inviato da Londra per soffocare le continue rivolte commise stragi terribili. Abbindolati da una letteratura e da un cinema dove flemmatici inglesi applicano rigorosamente il diritto, è difficile immaginare soldati di Sua Maestà che sparano su donne e bambini. Quando si tratta di imporsi non c’è diritto che tenga: è la forza che comanda. Non esiste un governo “civile” che non uccida. Se non con i cacciabombardieri e con i carri armati, massacra con bombe e stolidi “terroristi”. Il vociare continuo sulla pace, il rispetto degli altri e via pontificando è fumo negli occhi. Ma questo discorso mi porterebbe troppo lontano.

Negli anni in cui si mosse Lotta di Popolo, l’Irlanda del Nord era nel pieno della ribellione contro l’occupazione inglese. Per dare un’idea di quale fosse la situazione, pubblico due foto di installazioni inglesi per il controllo del territorio di Belfast (come fotografo sono zero via zero, ma va anche tenuto presente che era proibito fotografarle). Qualcuno mi trovi, se può, la differenza con muri e torrette a guardia di campi di concentramento.

Lotta di Popolo si schierò dalla parte dei combattenti per la libertà irlandese come aveva fatto con i feddain in Palestina.

Un articolo, intitolato “Irlanda: primo focolaio di rivolta in Europa” e pubblicato sul numero 2 del giornale, è in qualche modo riassuntivo della nostra posizione d’allora. Ne riporto qui di seguito una parte:

 

«Il motivo religioso, la guerra santa dichiarata agli “infedeli” cattolici dalla classe dirigente protestante è servita a mascherare e tutelare gli interessi dei pochi privilegiati del luogo, legati alla Gran Bretagna non solo da vincoli storico-religiosi, bensì anche da ben precisi rapporti economici. La contrapposizione fra la fede cattolica e quella protestante è, per gli Irlandesi del Nord, l’equivalente di ciò che per noi sono comunismo-anticomunismo e fascismo-antifascismo: feticci, falsi obiettivi, mulini a vento per la più donchisciottesca delle crociate. In realtà, anche per il popolo irlandese il problema è di spezzare il meccanismo dell’oppressione, di acquistare consapevolezza al di là delle false contrapposizioni religiose, la lotta per l’unità e per l’indipendenza nazionale richiede la partecipazione di tutti gli oppressi che hanno preso coscienza. La proiezione politica di questa consapevolezza si chiama Esercito Repubblicano Irlandese (IRA). In questa organizzazione confluiscono tutti i rivoluzionari che lottano contro l’ormai secolare oppressione inglese e contro il regime d’occupazione militare. La lotta armata dell’IRA non è, come la stampa borghese vorrebbe dare ad intendere, un’inutile esplosione di violenza: abbiamo già accennato a come i guerriglieri, tenendo in scacco l’esercito inglese di stanza nell’Ulster, affrettino la soluzione, l’unica, del problema, che è la riunificazione dell’Irlanda del Nord all’Eire e la conquista da parte del popolo irlandese dei suoi diritti a lungo calpestati. Ma il potere borghese nel Regno Unito non ha intenzione di rinunciare a questa paradossale colonia in Europa. Ipocrita e falso è anche il tentativo di far passare i militanti dell’IRA per una sparuta e malvista minoranza: sta di fatto che il successo della guerriglia è dovuto principalmente all’appoggio della popolazione, ed hanno ben ragione i dirigenti dell’IRA quando affermano che “il popolo e l’IRA sono una cosa sola”. L’IRA è il principale interprete dello scontento e delle aspirazioni di un popolo finalmente consapevole delle sue possibilità. Sono state necessarie amare esperienze, ma ora il popolo irlandese non sembra avere più esitazioni: gli speculatori si sono dileguati, e Bernadette Devlin, colei che voleva essere la “Giovanna d’Arco irlandese”, è ora ridotta ad elemosinare un po’ di pubblicità mostrando le gambe, facendo “spregiudicate” affermazioni sul sesso e riempiendo le pagine dei rotocalchi delle sue vicissitudini erotico-sentimentali. Tutto ciò mentre uomini, donne e bambini combattono». La chiusura era tutta in maiuscolo:

«COMBATTONO PER UNA LIBERTA’ CHE NON PUO’ ESSERE GARANTITA DA NESSUNA RIFORMA E CHE VA CONQUISTATA CON LE PROPRIE BRACCIA. QUESTO E’ IL PRESUPPOSTO INDISPENSABILE ALLA LOTTA DI POPOLO. DALLE BARRICATE DI BELFAST E LONDONDERRY UN ESEMPIO PER GLI EUROPEI».

Ricordo con vividezza il rimprovero – non tanto bonario – di un irlandese perché avevamo scritto Londonderry e non Derry: quel London nel nome era per loro il segno dell’occupazione britannica.

Nell’agosto del 1969, nel quartiere di Bogside a Derry, fu combattuta una battaglia durata parecchi giorni per scacciare le truppe al servizio del governo di Sua Maestà. Ci furono decine di morti, dei quali molti erano minorenni. Tra gli arrestati ci fu la studentessa di psicologia Bernadette Devlin, che fu innalzata a simbolo della rivolta. Grazie alla fama conquistata, fu eletta alla Camera dei Comuni: aveva la mia età, 22 anni, e fu la più giovane parlamentare del Regno Unito. A proposito del quale, va ricordato che si chiama così perché l’Inghilterra nel corso del tempo riuscì ad accorpare Scozia, Galles e Irlanda (dove cresce sempre di più la voglia di staccarsi dall’United Kingdom).

L’Irlanda fu spaccata dagli inglesi in due (divide et impera): l’Irlanda del Sud combatté per l’indipendenza e vinse (l’anno della Marcia su Roma) mentre quella del Nord restò legata a Londra. La guerriglia antibritannica divenne guerra civile negli Anni Sessanta (con migliaia di morti) finché nel 1998 (il Venerdì Santo) Londra consentì al Parlamento nord-irlandese di funzionare con una certa indipendenza e il gaelico non fu più una lingua proibita.

 

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