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Sesso fasullo in tv e cultura parassitaria alimentano il neoanimismo

In televisione il sesso tracima. Anche in una fiction “romantica” c’è l’inevitabile spogliarello reciproco di lui e lei. Cominciano a spogliarsi per le scale o in ascensore. Si abbracciano freneticamente in una sinfonia di ohhh! ahhhh! mmmmm! ansimanti e rantolanti. Primo piano di lei che si avvinghia. Primo piano di lui che se la mangia. L’occhio viene teleguidato sull’aureola del capezzolo, sulla rotondità del fondoschiena, sulle dita intrecciate nello spasimo del godimento. Ci sono registi talmente abili che ti coinvolgono; purtroppo capita più spesso che quelle scene annoino, soprattutto quando è evidente che sono state inserite a bella posta in un racconto debole e lento. In qualche caso, si fa insinuante l’invidia più grossolana. Sarò un caso sfortunato, ma non mi è mai capitato di sentire una donna mugolare al mio primo bacio. Né sono stato mai ghermito da mani voraci palpeggianti sotto i vestiti. Ora che ho superato abbondantemente i settanta, ancora mi chiedo se esistano uomini capaci di far fremere di desiderio una donna soltanto sfiorandola. Forse una ninfomane. Non saprei.

Diventa difficile individuare quando è la pancia a influenzare gli autori e quando sono gli autori a stimolare la pancia. Il disordine culturale è tutto qui. È stata superata la fase nella quale il mezzobusto s’improvvisava filosofo o storico. Grazie (si fa per dire) ai social, la cultura imperante è formata da luoghi comuni e ovvietà, quando non da falsità. Che si tratti del sesso (deviazioni transgender incluse) o dei ghiacciai che nessuno chiama più eterni, della famiglia (ovviamente allargata) oppure della sensibilità del proprio cane (gli manca la parola, ma quant’è intelligente!), addosso all’utente-consumatore-suddito sono quotidianamente rovesciate tonnellate di comunicazioni in un bailamme degno di un suk.

Si agitano torme di persone convertite al vegetale (la mucca consuma troppa acqua), fanatiche di Gea (personalizzazione dell’ecosistema), apostoli della pace (e guerrafondai nel condominio). Il pensiero (anche qui si fa per dire) unico, omologato, piatto, senza sorprese attraversa la nostra società opulenta come un mostro che divora tutte le diversità.

È arcinoto che le diversità culturali siano l’ostacolo maggiore alla omologazione dei consumi. Ne sanno qualcosa le teste d’uovo della Coca-Cola quando debbono diversificare le campagne promozionali in rapporto ai Paesi di riferimento. Una Coca-Cola in mano a Babbo Natale fa vendere di più nel cosiddetto occidente ma avrebbe effetti disastrosi in Cina o in Arabia Saudita. Il genocidio culturale, cioè la distruzione intenzionale dell’eredità culturale di un popolo, è indispensabile per la riduzione dei costi di distribuzione e di marketing. Insieme con l’omologazione nei consumi, il genocidio culturale causa l’eruzione dell’ignoranza e della superstizione. Si guarda con supponenza alle società primitive che adoravano un sasso, un albero, un fiume e nel frattempo diluviano gli oroscopisti, i maghi, le cartomanti. Condanniamo l’animismo perché religione da cavernicoli e affibbiamo un’anima al gatto di casa, al ficus che adora Mozart, alla lampada di sale. La furia iconoclasta si abbatte sulle culture mentre schiamazzano gli applausi alle subculture di volta in volta di moda.

È la sagra (non saga) del parassita nel significato primigenio della parola. Nel greco antico, parassita è il commensale, cioè colui che mangia a spese dell’ospite. Millenni fa erano definiti “parassiti” i sacerdoti, i magistrati e ciascun personaggio di rilievo i cui costi di mantenimento erano a carico della collettività. Anche oggi manteniamo centinaia di migliaia di parassiti, i quali si vantano di fare cultura. L’Italia, in particolare nella bella stagione, è straripante di spettacoli, mostre, eventi, performance che godono dei finanziamenti di Comuni, Province, Regioni, Stato e Unione europea (a volte perfino dell’Onu).

Sarebbe il caso di quantificare (ma non converrebbe a nessuno) l’esercito di persone e di enti culturali che campano sulla subcultura: è un esercito sterminato che ci costa quattrini a palate. Rivoli di soldi che diventano fiumi e poi mari. I pubblici bilanci sono vere serre di coltivazione di subcultura (e dei loro portatori). Sono decenni che – tranne poche eccezioni – tanti cosiddetti enti culturali non producono alcunché di culturale, limitandosi ad assicurare ricchi stipendi (pardon, rimborsi spese) a presidenti, funzionari e artisti vari. La Cultura (quella con la “C” maiuscola o, meglio, con il “K”) non c’entra con spettacoli e concerti, al riparo dei quali s’ingrassano vecchi (anche quando non lo sono anagraficamente) tromboni della politica, giacché la politica li mette a carico di un ente culturale per far pagare a noi il loro mantenimento. Qualcuno (non ricordo chi) parlò di “culturame parassitario”. Ciò che ha un inizio ha di sicuro una fine. Tocca aspettare ancora un po’.

 

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