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50° LdP: Nel 1971 l’affare Fiat-Citroen per il Pci al governo

L’affare tra FCA e PSA è diventato un tormentone. Si parla di fusioni tra Fiat Chrysler Automobiles e il PSA Group (evoluzione del PSA Peugeot Citroën a sua volta evoluzione di Peugeot Société Anonyme) una volta tirando in ballo la Peugeot e un’altra volta la Citroën quasi fossero due aziende in concorrenza fra loro. Le contrattazioni sono tra le due multinazionali e non fra singole società. Meglio ricordarlo.

Al gruppo FCA appartengono: Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Dodge, Fiat, Fiat Professional, Jeep, Lancia, Ram, Maserati e anche Mopar (servizi post-vendita e ricambi), Comau (sistemi di produzione) e Teksid (fonderie).

Al gruppo PSA appartengono i marchi automobilistici: Peugeot, Citroën, DS, Opel, Vauxhall Motors e anche Gefco (società di logistica e trasporti) e Motaquip (la società di accessori per auto con la quale opera nel Regno Unito).

Le dimensioni del business sono enormi, a dir poco.

In un volantino del 1971, Lotta di Popolo denunciava i progetti di fusione Fiat-Citroën come un passaporto per l’ingresso del Partito comunista italiano nel governo. In pratica, l’affare avrebbe avuto come sbocco i mercati europei dell’Est, all’epoca sotto controllo del Partito comunista sovietico, per cui la inevitabile “mediazione” dei comunisti italiani avrebbe avuto come contropartita lo sdoganamento del partito guidato da Luigi Longo fedelissimo di Mosca. Il “compromesso storico” (con annessi servizi deviati, omicidio Moro etc.) ha lontane radici nelle esigenze del grande capitalismo italiano di sbarcare oltre la “Cortina di ferro” (fin dal 1969 la Fiat aveva impiantato uno stabilimento in Urss).

Il nostro volantino sottolineava anche i principali “contorni”, oggi si direbbe gli “effetti collaterali”, di quei grandi progetti industriali. Si veniva profilando la funzione del Partito socialista (ponte tra Dc e Pci) ed emergevano i collegamenti (finanziari e politici) di gruppi extraparlamentari di “sinistra” con il ceto politico dominante. Di più: s’imbastivano accordi (non tutti confessabili) per l’elezione del successore del socialdemocratico Giuseppe Saragat al Quirinale. Il candidato benvisto in funzione del compromesso storico ante litteram era Aldo Moro, ma, con il voto del Movimento Sociale Italiano sotto la guida di Giorgio Almirante, alla fine prevalse il “centrista” Giovanni Leone. Noterella veloce: sia i “poteri forti” che le sinistre a trazione comunista se la legarono al dito e costrinsero poi quel presidente della Repubblica a dimettersi cucendogli addosso uno scandalo.

Cose passate che, se qualcuno le avesse studiate, non sarebbero state replicate fino ai giorni nostri. Chi crede che ciascun episodio sia un caso a parte non ha idea di cosa realmente sia la lotta per il potere. C’è anche chi richiama congiure, grandi fratelli, grandi vecchi etcetera ecceterone e così non ci capisce un’acca ed interviene sempre dopo un fatto e mai prima. Studiare il passato è l’unica via per capire il presente e intravedere il futuro, ma questo è un tema che ci porterebbe troppo lontano. Torno al volantino di quel Solstizio d’Inverno di circa mezzo secolo fa e lo ripropongo integralmente:

«Ancora una volta le “grandi manovre” per l’elezione del presidente della repubblica stanno a dimostrare che i partiti di destra e di sinistra e buona parte dei gruppi extraparlamentari non sono altro che i docili strumenti o – meglio – il paravento di forze economiche che attualmente si contrappongono nel paese consumando i propri antagonismi sulla pelle del popolo italiano. Da una parte i grandi industriali italiani (Agnelli-Pirelli) vogliono costruire un nuovo capitalismo europeo (vedi fusione FIAT-CITROEN e accordi italo-inglesi della PIRELLI), in grado di reggere la concorrenza americana grazie all’apertura “in esclusiva” dei mercati dell’Europa Orientale, “soluzione” il cui prezzo politico è l’inserimento del P.C.I. a livello di governo. Dall’altra gli imprenditori di piccole e medie industrie e la piccola borghesia agraria tendono ad una “soluzione nazionale” (MSI-DC di destra etc.) per frenare la concorrenza dei grandi trusts italiani, l’aumento dei salari e, specialmente, la crisi economica che porta alla chiusura forzata di gran parte delle nuove aziende nate in questi ultimi anni (Pomezia, Autovox e simili, edilizia…). Ai margini di questo scontro il Partito Socialista tenta di diventare l'”ago della bilancia” dell’incontro tra DC e PCI, agitando i vari gruppetti (lotta continua e manifesto soprattutto) contro il “fanfascismo”, per “Pinelli” e per i “baraccati”, monete di scambio “extraparlamentari” della propria politica per la “riforma della casa”, per un presidente “più a sinistra”, per la rivitalizzazione delle “sante crociate unitarie antifasciste”.

OGNI SOLUZIONE LEGATA AI PARTITI E AI SINDACATI E’ REAZIONARIA E CONSERVATRICE.

Il potere sindacale svia le lotte operaie al potere partitico e allo sfruttamento padronale, ai quali è asservito, e le incanala in sterili e false rivendicazioni salariali subito svalutate dall’aumento del costo della vita,

AVOLA, BATTIPAGLIIA, CASTELLAMMARE, REGGIO CALABRIA dimostrano che la lotta di popolo agisce contro il capitalismo e tutte le sue componenti partitiche e sindacali.

O.L.P.-ORGANIZZAZIONE LOTTA DI POPOLO».

Chioserei soltanto la faccenda della nostra lotta al capitalismo. Secondo noi, il vero nemico era il capitalismo apolide e plurilingue e perciò andava contrastato. Mai abbiamo pensato di cancellare il capitale e/o la moneta. Era l’uso fetente della moneta (l’usura) e la prepotenza delle multinazionali che noi indicavamo come nemici del popolo. Argomento parecchio articolato sul quale toccherà tornare.

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