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Consulta. Salvini parla alla pancia ma lavora di cervello

Chi parla alla pancia del Paese si becca i voti di quelli che pensano con la pancia. Matteo Salvini è il caso più recente di persona capace di intercettare luoghi comuni e sensazioni diffuse per farne rastrelli di voti. Fin qui, niente di nuovo. C’è però da dire che sfruttata la pancia, il leader leghista indirizza i consensi ottenuti verso obiettivi di più alto profilo. Ha strillato contro l’euro e contro l’Unione europea, minacciando nette secessioni, recisioni definitive del cordone ombelicale… dopodiché ha incanalato la rabbia verso miglioramenti delle strutture Ue operando dall’interno. Non è il solito oppositore incendiario che si fa pompiere non appena al potere. È di più. È un percorso programmato. Per questo, non c’è da scandalizzarsi per la feroce reazione contro la sentenza della Corte Costituzionale che ha finalmente aggiustato una stortura giudiziaria.

Concedere ad un spietato ergastolano il diritto a permessi e quant’altro senza obbligarlo a fare la spia è un dato di civiltà. Ci fu un Papa Re (forse Sisto V, la memoria non m’aiuta) che, per combattere il brigantaggio nelle terre dello Stato Pontificio, promise il perdono a ogni brigante che si fosse presentato in Piazza San Pietro con due teste di briganti sottobraccio. All’epoca (e purtroppo ancora oggi nelle testa di molti) appariva giusto far rispettare la legge senza badare ai mezzi. Era il passaggio dalla vendetta privata alla vendetta di Stato. La tortura era legittimata dall’obiettivo. Le condizioni carcerarie erano terribili e nessuno se ne scandalizzava. Gli stessi carcerati accettavano soprusi e frustate perché erano visti, come dire?, quali effetti collaterali del loro essere criminali.

Nella nostra magnifica Italia di social e libertà sconfinate, c’è ancora chi pensa che i carcerati stiano troppo bene in galera e godano di troppi privilegi. Di solito è gente ignorante, che cova terribili rancori e invidie, che si sente emarginata per colpa del destino “cinico e baro”, che si nutre di telenovelas, pardon, serie televisive costruite come i fotoromanzi divorati da cameriere e popolane negli Anni Cinquanta e da casalinghe e segretarie fino a qualche decennio fa. La pancia del Paese non ha mai abbandonato “Grand Hotel”, il settimanale che vendeva più di un milione di copie a numero. La gente di pancia, dunque, è manettara per vocazione. Gode se un potente – politicante banchiere vescovo che sia – viene schiaffato in galera. Si sente risarcita e soddisfatta. Chi agita le manette avrà sempre il massimo del consenso popolare. L’idea che i miliardi tolti ai ricchi e distribuiti ai poveri determinino una società più giusta è vecchissima, ma non per questo è oggi meno diffusa. Matteo Salvini soddisfa la pancia del Paese, però non le resta fedele. Trova ogni giorno il modo per solleticare la pancia mentre conduce in porto operazioni di cervello.

Adesso accusa la Corte Costituzionale di mettere in libertà feroci criminali aggiungendo rabbia al dolore di parenti e amici delle vittime. La gente applaude. Una cella e un fine pena mai: ecco la vera giustizia; basta con i criminali arrestati di notte che escono di galera al mattino. Citare Cesare Beccaria (il nonno materno di Alessandro Manzoni) il quale a fine Settecento, nel pamphletDei delitti e delle pene”, spiegava che la funzione del carcere era di punire ma anche di rieducare, è del tutto inutile. In genere, si legge poco e si capisce ancora meno. Inoltre, sarebbe sciocco ignorare la solita reazione della pancia: Beccaria? mica è meglio di me! un libro c’è a chi piace e a chi no…

In conclusione: Salvini è un barbaro? non è d’accordo con Beccaria? vorrebbe le prigioni come laogai cinesi? forse anche la pena di morte? Difficile crederlo.

È più probabile che le cannonate da lui sparate sulla Consulta siano a beneficio della pancia. Una volta a Palazzo Chigi lancerebbe una campagna per la rieducazione dei criminali perché un trentenne assassino, dopo trent’anni di galera, non è senz’altro la stessa persona. Consiglierebbe di prestare attenzione alla lezione impartita a metà Ottocento da Victor Hugo (un francese! ma nessuno è perfetto) nel romanzo “I miserabili”.

Anche quei suoi avversari che non perdono occasione per sottolinearne la beceraggine sanno che Salvini è un cervello fino e che sono più le volte che è in disaccordo invece che in accordo con ciò che strilla. Il fine è di non perdere i consensi della pancia.

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